«Io che odio questo calcio volgare»

Francesco Guidolin è disciplinato anche alla guida. «Sono al volante. Può richiamare tra mezz’ora? Scusi, ma preferisco non usare il cellulare in macchina».
Trentacinque minuti dopo, la voce è tranquilla. Guidolin è a casa: Parma oggi, Parma chissà per quanto. «Vorrei fermarmi qui a lungo».
Come si sente oggi che tutti parlano di nuovo di lei?
«Non mi sembra così sovraesposta la mia immagine, comunque a volte mi sorprendo».
Perché?
«Campionati così, partenze molto buone ne ho sempre fatte. Non è che sia la prima volta che riesco a portare la mia squadra nelle zone nobili della classifica, anzi questa è sempre stata la mia dimensione, fortunatamente».
Allora vorrebbe che si parlasse di più di lei?
«No, sono tranquillo. Amo vivere un po’ defilato. Se si parla di me sono contento, ma credo che si debba parlare soprattutto dei miei giocatori: se il Parma è lì in classifica, il merito è loro».
Dalla serie B, all’Europa. Che cos’ha di speciale Parma?
«Mi piace la dimensione della città. In senso sportivo e in senso più ampio. Mi piace questo gruppo: la società l’ha costruito con cura. Per me è un piacere allenarlo».
Ha il presidente più giovane della A. Com’è?
«Sì, Ghirardi ha la stessa età dei miei giocatori più maturi. È una cosa che mi piace. È un presidente moderno, di successo, di capacità, ambizioso ma sereno. C’è feeling tra di noi».
Ha detto: «A Parma ho trovato una grande...».
«È vero. Ho trovato una dimensione di vita e una dimensione professionale ottima. È un anno e un mese che le cose vanno bene. C’è equilibrio tra aspettative e pressioni».
Ma non le dispiace non essere arrivato in una «vera» grande?
«Si riferisce a una tra Juventus, Milan, Inter, Roma e così via?».
Sì...
«Non ci penso più. Anni fa fui vicinissimo alla Lazio di Cragnotti. Poi alla Juve, ma presero Capello. Oggi vorrei fermarmi il più possibile a Parma».
Ma è vero che non è andato in un grande club perché non regge le pressioni?
«Ma come? Sono stato a Palermo».
Con Zamparini, dice? Quindi con uno che mette davvero sotto pressione...
«Non solo per quello. Palermo ha una dimensione diversa: una società molto ricca e molto potente da un punto di vista economico, un bacino di utenza molto grande. Il Palermo con me ha giocato con un’impostazione da grande squadra. Siamo andati in Europa il primo anno di A, abbiamo lottato per la Champions nella mia seconda stagione in Sicilia».
Quindi non sente la mancanza della chiamata di una tra Inter, Juve e Milan?
«Non mi importa più. L’importante è la qualità del mio lavoro».
Ma quanto le piace allenare?
«Tantissimo. Mi piace stare sul campo: lavoro molto e questo non mi stanca mai. Sono stanco, invece, delle volgarità. A volte dico a mia moglie che per certi versi vorrei smettere, poi però mi piace troppo stare con i miei ragazzi, lavorare all’aria aperta. Però davvero la volgarità degli stadi italiani è gravissima».
Si riferisce a episodi come quello di Firenze dove è stato insultato per tutta la partita?
«No. Parlo in generale: ho fatto la mia esperienza all’estero e ho capito che differenza c’è tra gli altri e noi. In Francia non mi è mai successo nulla di spiacevole: a volte firmavo gli autografi ai tifosi avversari subito prima di scendere in campo».
Ecco, ma se dovesse tornare all’estero dove andrebbe?
«Mi piace il calcio tedesco. La Bundesliga è un campionato in grande crescita, lì fanno le cose con cura: stadi nuovi, confortevoli, belli, accoglienti, pieni. Crescerà ancora».
Ma questo di oggi è il miglior Guidolin?
«Sì. Ho accumulato esperienza nel corso degli anni e mi sento bene. Credo di essere al massimo della mia carriera come persona e come allenatore. Sono in forma fisicamente, ma questo è merito della mia bici. Sono sereno e meno nervoso. E poi ho capito gli errori che ho fatto in passato».
Quanti errori ha fatto?
«Qualcuno. Quelli di tutti: sbagliare una formazione o un giudizio su un giocatore. L’importante è capirli e non essere indulgenti con se stessi».
È severo?
«Sì, molto. Con gli altri, ma prima di tutto con me».
Qual è stato l’errore più grave?
«Il passo più lungo della gamba a Bergamo. Venivo dal Ravenna, dove avevo vinto il campionato di C. Ho ceduto subito alle lusinghe della serie A, invece di rimanere calmo a fare i passaggi per gradi. Mi sono fatto ingolosire e dopo tre mesi sono stato esonerato».
C’è stato un momento in cui s’è sentito sottovalutato?
«No, perché uno che allena per quattro anni a Vicenza, poi a Udine, poi quattro anni a Bologna, quattro a Palermo, non può sentirsi sottovalutato. I risultati sono sempre arrivati: ho portato tutte le mie squadre in Europa, tranne il Bologna dove l’Uefa ci sfuggì all’ultimo minuto dell’ultima giornata».
Chi conosce il vero Guidolin?
«Non molte persone. Non amo apparire, non amo le interviste, non amo espormi. Chi ha l’occasione di vivere vicino a me, o di stare un po’ con me, scopre davvero chi sono».
E chi è?
«Soprattutto una persona molto ben educata, una persona con un certo stile. Magari qualcuno si può anche sorprendere».
In che senso?
«Perché io posso dare l’impressione di essere scostante o scorbutico, ma in realtà non lo sono».
Chi c’è del mondo del calcio che le piace?
«Carlo Ancelotti. Mi piace molto perché è una persona semplice che non fa pesare il suo status, che non fa pesare niente. È una persona molto disponibile».
Ancelotti è stato anche un grande calciatore. Lei quando vede se stesso nel passato, vede la stessa persona?
«No. Sono cambiato moltissimo. Le differenze sono caratteriali: lo dico sempre ai miei calciatori, io avevo un talento importante che non ho sfruttato».
Perché?
«Ero il bravo ragazzo che subiva un po’ il gruppo, che soffriva il mugugno della gente, il calciatore che non aveva gli attributi. La mia carriera da calciatore non ha lasciato traccia per questo, anche se tecnicamente non mi mancava proprio niente. Da allenatore sono completamente cambiato».
Come ha fatto?
«È successo nel giro di pochissimo tempo, intorno ai trent’anni. Sono successe alcune cose, come la morte di mio padre, che mi hanno fatto cambiare di colpo, forse proprio per questo ho provato a fare l’allenatore. Era una sfida con me stesso. Volevo mettermi alla prova, riscattare dieci anni in cui le promesse erano state tante, ma non le avevo mai mantenute».
Ma anche quello di Parma è un riscatto? Ricominciare dalla B per dimostrare di essere ancora molto bravo...
«No. Non c’è motivo. Parma è una piazza che piace a tutti, in A o in B non fa differenza. Piuttosto era un’altra prova per me. Quando fai l’allenatore è sempre una sfida con se stessi».
Ma quanto conta l’allenatore?
«Conta. L’allenatore a volte può essere persino determinante, più spesso però è importante. Questo lo dico io che faccio il mister e quindi posso sembrare interessato. Però lo dico con una certa serenità: me l’hanno insegnato 36 anni di calcio».