Io, collezionista con la business card dell’eremita

Per alcuni esemplari, rari e accattivanti, mi son visto offrire anche 150 euro. Per la serie dei «quattro Grillini» - i bristol di quand’era soltanto Dott. in forza al Dipartimento per le pari opportunità, sino all’ultimo da On. con ufficio a Palazzo Marini - lo stesso intestatario e distributore, che ovviamente non ha conservato i più vecchi, sarebbe felice di poterli incorniciare. Semmai con quello di Marco Volante, vicepresidente nazionale GayLib, che rende il pacchetto ancor più appetitoso. Ma in quei biglietti da visita c’è tutto il percorso di Franco Grillini, deputato e campione dell’Arcigay, da quando indicava una e-mail normale ma sbagliando indirizzo d’ufficio (Via del Giardino Theodolo invece che Theodoli) sino ad oggi che elenca una raffica impressionante di cellulari, fax, telefoni fissi, e sbandiera un sito esclusivo, www.grillini.it.
Non sono in molti a collezionare biglietti da visita. Ma quando ci si incontra mostrando le «nuove acquisizioni» come fanno i ricchi mercanti d’arte, si rinnova lo stupore per la bizzarria, la fantasia ed anche la debolezza che gli esseri umani riversano in quei pezzetti di carta da affidare al mondo. Megalomani più di ogni altro si rivelano i politici, che in quei 54 centimetri quadrati riescono a condensare l’universo mondo delle loro realizzazioni e delle loro promesse: dunque con l’angoscia di dover rinnovare il biglietto da visita ogni anno, perché non è soltanto uno strumento di lavoro da affidare a giornalisti e colleghi, ma anche «santino» permanente per gli elettori.
A proposito di santini: quello col «Vieni e seguimi» è il biglietto da visita che si riceve da Claudia Koll, da quando s’è convertita. È un vero santino, come si può vedere. Ma insieme pro memoria incentivante per raccolta fondi, «per le Opere del Padre» ovviamente: tant’è che elenca con puntiglio e precisione le coordinate bancarie per eventuali donazioni. Al lato opposto della singolarità, ci sono biglietti da visita che non servono a nulla. Ne conservo uno che riporta soltanto un nome e cognome, in alto a sinistra, Valentino D’Addario; e a destra, in rilievo, ancora le iniziali, VD. Sotto o dietro, non c’è scritto alcunché. Non un titolo, un indirizzo, un telefono, niente di niente.
Tutti pare, in ogni parte del mondo, son fieri di offrire il proprio biglietto di presentazione nei nuovi incontri, quasi fosse una tessera per la vita eterna: o quanto meno più vasta e prolungata. Molti, da qualche tempo, sul biglietto da visita mostrano anche la fotina a mezzobusto, così garantendo almeno la memoria visiva. In Egitto ho avuto un biglietto stampato su papiro in geroglifici, ma odorava di trovata turistica. Ne possiedo su carta di bambù, fitti di ideogrammi e senza un minimo di traduzione dal mandarino, ma i cinesi che me lo offrivano erano sorridenti e felici, sicuri che mi sarebbe stato indispensabile. Nello Zambia, in un villaggio sperduto senza acqua e senza luce, lontano da ogni pista e dove eravamo i primi occidentali a metter piede, al momento dell’addio il capotribù ha sfoderato la sua bella scatoletta di biglietti da visita che s’era fatto venire da Lusaka con chissà quali peripezie. E si diceva deluso, di non poter offrire anche un numero di telefono; ma «in the future...».
Stupefacente è questo biglietto da visita in greco. Perché è di un eremita. Sì, un vero eremita: il monaco Pacomio che viveva in una grotta della skita di Senofonte, sul Monte Athos. M’ero perduto nel pellegrinare da un grande monastero all’altro, e nell’inerpicarmi su sentieri deserti e sconosciuti s’era fatto tardi, avevo fame e sete. Improvvisamente un buco nella roccia, e la barba anziana di un monaco. Eremita: dal monastero gli portavano l’acqua una volta a settimana. Mi ha dato da mangiare e da bere, e prima di indicarmi la strada per ritrovare il mare m’ha dato il suo biglietto da visita, appunto di Pakomios Monacos, Iera skita Senofontos, Aghion oros Athos, Dafne che è la capitale della penisola monacale. Che ci fa un eremita coi biglietti da visita?, gli ho chiesto. E il monaco: «È l’unica cosa che possiedo, me li hanno mandati i miei parenti». Il biglietto da visita l’ho usato per mandargli la foto che gli avevo fatto.