«Io, colono di Cisgiordania, cederei casa per una pace vera»

È senz’altro molto assertivo, ma statelo a sentire, perché sa molto bene quel che si dice, e il messaggio che ha portato all’Italia è fiduciosamente innovativo, ma non alieno dalla pace. Solo che lui vuole farla con la certezza che il nemico non userà il processo di pace o lo sgombero di terra come un’arma. Lo dice chiaro, a costo di apparire un falco, come lo descrivono quasi tutti.
«Io, che sono un colono di un piccolo insediamento del West Bank...»: il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, detto “Yvette”, ama mostrare sovente questa sua inusitata carta d’identità, gli piace far balenare all’interlocutore italiano (che sovente fa una faccia di circostanza alla notizia) la sua casa di Nokdim, con la moglie e i tre figli che lo aspettano nel cuore della Giudea ogni notte. Bene, sembra dire il ministro mentre spiega che lui e i palestinesi sono vicini di casa e che anzi il suo villaggio è la migliore risorsa economica per loro: un colono ha due gambe e due braccia, vedete, può anche essere ministro, può dire cose ragionevoli e innovative. Per esempio Lieberman dice che benché stia a Nokdim dall’88 lo lascerebbe subito ai palestinesi se questo potesse aiutare la pace. Ma, ha spiegato varie volte, del mio insediamento, dei «territori» come del resto del West Bank, non se ne farebbero niente, come non se ne sono fatti niente di Gaza, se non per le rampe di lancio. E poi i Territori sono stati offerti tante volte, i palestinesi hanno rifiutato ogni accordo. E inoltre, insiste, sono in guerra con noi da ben prima che esistessero i «Territori».
Lieberman si è sempre vissuto come un fortunato innovatore, uno che ha avuto un successo strepitoso col suo partito Israel Beitenu, giunto a essere il terzo della Knesset; anche le sue vecchie idee, come quella dello scambio territoriale con i palestinesi («noi, alla pari, ci annettiamo alcune zone densamente popolate da ebrei, voi quelle a maggioranza araba»), hanno avuto un certo successo; così come il suo grido di allarme in campagna elettorale per l’adesione degli arabi israeliani alla causa palestinese o addirittura per le loro connivenze con Hamas e Hezbollah. Ma di fatto da lui non si è mai sentita una frase razzista; ha proposto che tutti gli israeliani (non solo gli arabi) giurino fedeltà al loro Paese, e gli hanno dato, appunto, del razzista: «Ma i bambini a scuola negli Usa giurano fedeltà continuamente». La sua carriera è stata fulminante, da immigrato ventenne senza una lira in tasca, persino buttafuori in discoteca (dove ha incontrato sua moglie), a soldato di fanteria, a una quantità di cariche sia di ministro che di grand commis nei governi Netanyahu, Sharon e Olmert: sia da Sharon che da Olmert se n’è andato litigando. Ma sbaglia e di molto chi immagina che Lieberman abbia in antipatia l’idea del compromesso, o della pace: solo è un tipo che spera di cambiare il lessico del processo di pace. Land for peace, terra in cambio di pace ha fallito, dice, quindi proviamo qualcosa di nuovo. Al suo posto, spera in «sicurezza» per Israele, «prosperità» per i palestinesi e infine si tornerà allo scambio territoriale con «equilibrio» per tutti. La dottrina Lieberman intende con questo che l’Iran di Ahmadinejad sia bloccato sulla strada della bomba atomica e dei rifornimenti di danaro e armi a Hamas e a Hezbollah, smascherato e sanzionato per le sue politiche terroriste di occupazione strategica del Medio Oriente tramite il Libano e la Siria e le manovre di sovvertimento dell’Egitto e degli altri Paesi arabi moderati.
Lieberman non è diplomatico; non mentirà ai governi europei che si accinge a visitare: dirà loro che «terra in cambio di pace» non si può fare finché il lupo iraniano è là a mangiarsi tutto. Ma Israele non vuole bloccare nulla: «Il nuovo governo prenderà l’iniziativa», ripete. È sempre stato un personaggio con una missione: suo padre fu imprigionato in Siberia da Stalin, e lui, nato nel ’58, ha subito cominciato a litigare col regime finché è arrivato in Israele nel ’78. Chi lo descrive come un avventuriero ignora la sua micidiale foga politica, che non si fermerà a meno che le inchieste giudiziarie in corso non lo blocchino. Lieberman non sorride quasi mai, non ammicca. Ma promana determinazione. Magari vuol passare alla storia come il ministro degli Esteri che riaprì un processo di pace, come dice lui, vero e non fatto di chiacchiere.