«Io, comico moderno ma uomo d’altri tempi»

nostro inviato a Bologna

Antonio Albanese aspetta da oltre un’ora dalle parti del ristorante, a due passi da casa sua, a Bologna. Ho avvisato il suo ufficio stampa che l’Eurostar di Trenitalia è riuscito ad accumulare 80 minuti di ritardo su un percorso di un’ora e tre quarti. Lui si è fatto un giro e poi è tornato al ristorante. «Ha pensato di prendere il treno...», mi canzona presentandomi a Paolo, il ristoratore amico. «Non è che con le autostrade di questi tempi si vada più sul sicuro», butto lì. «Non preoccuparti, qui sono di casa», dice lui per mettermi a mio agio, adesso che dobbiamo pranzare alle due passate da un pezzo. «Viviamo tutti a un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso. Lo dico sempre nei miei spettacoli», infierisce. A questo punto è chiaro che l’intervista parte in salita. Per prendere tempo chiedo di come un comico, padre delle Madonie ma nato a Lecco e cresciuto artisticamente a Milano, sia finito a Bologna. «Mi chiamarono una dozzina d’anni fa per animare delle serate nell’ex manicomio. Inquietante. Io facevo Epifanio e accompagnavo venti trenta persone nelle stanze del Roncatti, illustrando gli strumenti dell’elettrochoc, i lettini. Lo spettacolo si chiamava Il mondo capovolto. In quel periodo ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Mi sono fermato. Anche se sono sempre in movimento: Bologna è comoda per andare a Milano e a Roma...». Se i treni funzionano...
A Genova, Albanese ha appena finito di girare il nuovo film di Silvio Soldini con Margherita Buy (uscirà in autunno) e tra un paio di settimane riprenderà il tour del suo, applauditissimo, Psicoparty, l’evento teatrale più seguito della scorsa stagione, la stessa nella quale è stato sommerso dagli elogi per la commovente interpretazione di Giordano, l’artificiere ritardato di La seconda notte di nozze di Pupi Avati.
Albanese è l’esemplare di eccletismo artistico più riuscito di questi anni. Gioca a tre punte - cinema, teatro e tv - e tutte e tre vanno in gol. Altri ci provano, ma poi si rassegnano a cambiar formazione. «Io sono sempre la stessa persona, con la stessa voglia di fiutare storie, situazioni, personaggi. Poi mi esprimo con linguaggi e tecniche diversi. Conta quello che ho dentro, la passione per questo lavoro: la tecnica viene dopo». Il personaggio che ama di più è Epifanio, simbolo d’ingenuità e candore «perché è il primo ma anche il più completo, il più versatile. Comunque, sono affezionato a tutti, a Perego, piccolo imprenditore, Alex Drastico, Cetto La Qualunque, politico calabrese campione di clientelismo. Ormai, sono come degli amici, io stesso devo rispettarli e difenderli anche a costo di qualche rinuncia». Per esempio? «Per esempio, mi hanno chiesto di usarli per la pubblicità. Alt», ruota il testone: «Sono anche creature delle persone con cui lavoro da tanti anni, Michele Serra, Enzo Santin, Giampiero Solari».
Fa gol al cinema e in tv, Albanese, ma il teatro resta il motore di tutto perché lì c’è più tempo, nella tv c’è troppa fretta, perché lo studio è libero solo una settimana. «Come si fa a inventare di corsa, con l’ansia? Fate dei capannoni, degli hangar, dico io, dove ci si possa trovare con gli autori a pensare, a discutere. Per mettere su Psicoparty ci ho messo un anno. Adesso, da due, sto ruminando il personaggio dell’intellettuale. Siamo circondati da intellettuali, cervelloni senza carisma, senza l’umiltà di ascoltare. Intellettuali da quiz...». Nel film di Pupi Avati, alla fine vincevano il rispetto l’amore la tenerezza. Nel prossimo di Soldini, uscita in autunno, i due protagonisti, marito e moglie ridotti in miseria per la perdita del lavoro, si aggrappano all’amore per superare mille traversie. «La semplicità, l’amore, il rispetto sembrano banalità, ma sono le nostre ricchezze che noi, uomini progrediti, diamo per scontate perdendole per strada». In Psicoparty, invece, domina la paura, c’è il ministro della Paura con maschera di cuoio alla Hannibal che spaccia falsi ottimismi. «L’esaurimento arriva per una somma di micropaure quotidiane: le tasse, le scadenze, le multe, le nuove tecnologie. Siamo prigionieri di qualche virus. Io mi diverto a provocare il pubblico, a deluderlo. Sapete, dico: io non ho il blog, non ho la password, non ho la card, prendo l’autobus, non ho il palmare...». Albanese, il comico più moderno in circolazione, è un uomo d’altri tempi? Il testone, stavolta, si arresta riflessivo. Per dire, nella vita vera Albanese pratica la pesca a mosca. Parte con un gruppo di amici, dorme nelle baite di montagna in Trentino, in Friuli, si tuffa nei fiumi con gli stivaloni. «Sono cresciuto sul lago e anche ora sto bene dove c’è l’acqua, l’acqua dolce. Amo l’odore dei boschi, del muschio, la ritualità di uno sport silenzioso. Mi torna in mente quando, da bambino, pescavo i pesci persici vicino alla diga di Olginate». All’improvviso nello show compare una valigia, simbolo dell’incognito, del misterioso... «Più di tutto, ho paura della volgarità, dell’individualismo. Ho una figlia di 13 anni e mi ricordo che alla sua età dicevo per favore, grazie, buonasera. Adesso è tutto un diritto».
A 15 anni, padre muratore emigrato - «eravamo gli extracomunitari di oggi» -, Antonio entra in fabbrica, tornitore. «Mi mettevo la tuta: trapani, torni, bulloni. Stavo bene, la gente mi voleva bene perché l’Umberto, mio padre, aveva fama di gran lavoratore. Però, c’era un però. Non riuscivo a stare fermo, ero irrequieto, fisicamente irrequieto. Una sera un amico mi porta a vedere uno spettacolo teatrale: un’illuminazione. Come quando vedi la donna della tua vita. Son tornato e l’ho detto a mio padre: basta, cambio». E l’Umberto? «In che fabbrica vai?». «No, papà, m’iscrivo a una scuola di teatro». «Cazzi tuoi». «Anche gli amici mi dissuadevano: ma dove vuoi andare? Qui la pagnotta ce l’hai sempre. Ho venduto la vecchia Audi, poi il sax, per pagarmi l’affitto a Milano. Alla Paolo Grassi c’erano il figlio dell’architetto, il figlio dell’avvocato. Sì, ma mio padre è annoiato dal suo lavoro, dicevano loro. Mio padre fa il muratore ed è contento, dicevo io. Però, dopo il primo anno volevo smettere. Perché non provi a fare qualche spettacolino in giro? Mi sono presentato allo Zelig con il mio Epifanio: hanno riso. Cento persone in platea e 50mila lire a serata. Poi Giampiero Solari mi ha chiamato a Su la testa! con Paolo Rossi». Oggi, a guardare indietro... «Provo un sentimento di gratitudine. Sono stato fortunato a trovare quella scuola, una scuola civica che non costava. Ogni giorno era un’emozione entrarci, per me figlio di operai. E oggi, prima degli spettacoli, vivo ancora lo stesso soprassalto».