Io, commissario a Cinecittà

Prego, si accomodi. E diciamola tutta: seduti a quella scrivania, proprio sul proscenio di Amici, ci si sente a casa. D’accordo, dietro le spalle, e pure di fianco, c’è il marasma del tifo di questi ragazzi (molti scortati dai genitori) che hanno disciplinatamente fatto la fila per ore e, appena entrati nello Studio 5, quello preferito da Fellini, iniziano a scatenare tutta la loro euforia. Siamo, perbacco, alla finale di Amici, uno dei programmi televisivi dell’anno, e io faccio parte della commissione di giornalisti che attribuirà il Premio della Stampa (una borsa di studio da 50mila euro, mica bruscolini) a uno dei quattro finalisti: Alessandra, Luca, Valerio e Alice, che arriva quasi sospesa a mezz’aria tanto è tesa. Loro sono lì davanti a me, seduti agli angoli del palco. C’è una tensione bella, chi vince diventerà una star ma chi perde potrà ancora provarci in qualche altro modo perché comunque ha mostrato di aver talento, cosa bellissima in un ambiente, quello dello spettacolo televisivo, che sempre più spesso non ha il pudore del rinvio: stronca subito e arrivederci alla prossima puntata. Calma, ragazzi, qui non si può giocare con il destino di aspiranti artisti che hanno messo la vita in gioco per arrivare qui, davanti a queste telecamere. Difatti l’ambiente è rilassato, nessuna pressione e vada come vada.
Insomma, entra la De Filippi (spettacolari i suoi tacchi), l’orchestra diretta dal maestro Vessicchio ha un batterista che sembra quasi rock tanto picchia e, sapete, c’è quel brividino che corre nell’aria ma soltanto quando in scena vanno i grandi eventi. Ciascun giornalista parla, qualcuno (magari pure io) straparla nell’allegra baldanza della discussione. Durante una pausa pubblicitaria, Aldo Busi è dietro al palco in una stanzetta e chiacchiera sulla trasmissione. In un’altra si forma un crocchio di giornalisti che parlano di musica e solo di quella, spettacolo sempre più raro. Alessandra ha appena cantato una strepitosa Grande grande e, ascoltandola qui davanti a lei, nella sua voce si sono sentiti accenti che davvero facevano venire in mente Mina quando appariva a Studio Uno e mezz’Italia si fermava ad ascoltarla. C’è qualcosa, in questa pugliese che si commuove se qualcuno le fa i complimenti, di misterioso, di quasi rétro. E a questo penso quando lei inizia a cantare la sua Immobile (presente anche nel cd Scialla, uno dei più venduti dell’anno) e il pubblico sugli spalti si alza tutto insieme, si mette a ballare, fa la ola, si scioglie in una standing ovation che noi, sui banchi della commissione, commentiamo con gli occhi, ammirati. E Valerio? È davvero antipatico? Non so, a me non sembra, forse quando hai solo diciott’anni la timidezza e l’eccesso di sensibilità diventano motori per scatenare una finta aggressività o una verve puntigliosa che è solo difensiva. Ma poi chissenefrega: qui conta cantare e ballare bene e, per dirla tutta, mi ricordo pochi cantanti all’esordio che fossero anche simpaticoni con la battuta pronta. E adesso guardateli, loro due, Alessandra e Valerio, che sono nell’angolo come pugili mentre Raoul Bova, applauditissimo, presenta il suo film anti droga Sbirri. Abbiamo scelto bene, noi giornalisti? È giusto dare ad Alessandra la borsa di studio o l’avrebbe meritata anche Alice (che però è già piena di offerte, la cerca pure Pieraccioni)? Chissà. A questo penso mentre sulla scrivania arriva un temporale di coriandoli e Alessandra si mette a piangere con il trofeo in mano. Piange a tutto volume, si sente ovunque, qui in studio. Ha vinto lei sfruttando quella caratteristica che mette tutti d’accordo, il talento. Meglio di così.