«Io, condannato a morte dai talebani per un film contro i terroristi suicidi»

Intervista al regista Mohamed Amin Wahidi, fuggito da Kabul e ora in Italia dove ha chiesto asilo politico

La storia è commovente: un giovanissimo regista afghano sbarca al festival del cinema di Venezia, vuole girare un film sui terroristi suicidi, ma i talebani lo minacciano di morte e non può tornare a Kabul. Un nuovo caso di intolleranza religiosa musulmana.
Mohammad Amin Wahidi, faccia da bravo ragazzo, chiede e ottiene asilo politico in Italia per sei mesi. Un centro di accoglienza del comune di Milano lo ospita, lui si ingegna facendo proiettare un altro suo cortometraggio “Il tesoro fra le rovine” al film festival del capoluogo lombardo. Anche in questo caso le immagini descrivono la disastrosa situazione dell’Afghanistan. Poi si inventa un blog, in cui racconta la sua storia di piccolo Salman Rushdie, rincorso da una fatwa talebana e il caso esplode.
Wahidi diventa un eroe contro l’ottusa brutalità dei tagliagole islamici, ma forse non è tutto oro quel che luccica. Nel suo blog se la prende con i kamikaze, ma incolpa di tutti i mali dell’Afghanistan il governo del presidente Hamid Karzai. Denuncia la censura islamica nei confronti di una televisione privata di Kabul. Accusa il governo di essere infiltrato dai fondamentalisti e di voler trattare con i talebani. Ovviamente protesta per le recenti esecuzioni di una quindicina di criminali, compreso uno degli assassini della giornalista del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli. Secondo Wahidi, l’Afghanistan è una terra senza legge per colpa delle autorità.
Da Kabul il Giornale viene a sapere che Wahidi lavorava con giovani giornalisti per un’agenzia che sparava a zero contro il governo e criticava l’Islam. Karam, il direttore suo amico, è finito anche in galera. «Nella società afghana creava problemi soprattutto per la sua visione dell’Islam. Non mi ha mai detto nulla delle minacce dei talebani», racconta il noto regista afghano Mosa Radmanish, che conosce il collega.
Il Giornale è riuscito a intervistare Wahidi, via posta elettronica, poco prima che un’auto della Rai lo portasse via dalla Mediateca di via Moscova a Milano, strappandolo a una folla di giornalisti.
Può dirmi qualcosa della fatwa che i talebani avrebbero emesso contro di lei?
«Oltre a una lettera che la mia famiglia (in Afghanistan, ndr) ha ricevuto nella cassetta della posta, mi sono arrivati molti messaggi minacciosi via internet e sul blog. Mi accusano di essere un munafiq, un kafir, che significa infedele e non musulmano. E vogliono che non scriva più di Islam».
Ha una copia delle minacce di morte che le hanno mandato i talebani?
«La lettera è stata ricevuta dai miei familiari (mentre Wahidi era in Italia, ndr). Nel testo mi accusavano di lavorare contro i soldati dell’Islam e di essermene andato dall’Afghanistan per prendere ordini dagli infedeli. Poi hanno aggiunto che se fossi tornato (a Kabul, ndr), la mia vita sarebbe giunta alla fine. Purtroppo non ho più rivisto la mia famiglia e quindi non sono in possesso della lettera».
Lei sarebbe stato minacciato per il film “Le chiavi del paradiso” che deve ancora girare. Di cosa si tratta?
«Il film parla di un terrorista suicida talebano, di cui descrivo le ultime 24 ore prima dell’attentato. La pellicola esamina l’ideologia dei kamikaze addestrati fin da giovani nelle madrasse, le scuole religiose in Pakistan. Alla fine, però, l’aspirante suicida decide di non farsi saltare in aria».
Vuole restare in Italia o, come scrive su un altro blog, andare negli Stati Uniti?
«Ho avanzato la richiesta di asilo politico nel vostro Paese e sono grato al governo italiano per l’ospitalità. Spero di avere l’opportunità di studiare in Italia. Mi servirà per aiutare l’Afghanistan e la mia gente quando tornerò a casa».
Cosa pensa della situazione afghana?
«Sta peggiorando da quando il governo ha deciso di dare spazio ai fondamentalisti e il nostro presidente Karzai vuole negoziare con i talebani per dividere con loro il potere. Spero che ciò non accada: sarebbe la fine della democrazia in Afghanistan».
Ha un sogno?
«Tornare in patria senza temere per la mia vita e continuare a fare il regista in un Paese democratico libero da fondamentalisti ed estremisti che non tollerano la democrazia». www.faustobiloslavo.com