«Io in controtendenza? Ho sempre vissuto così E credo nel basket»

Parla lo stilista che ha acquistato l’Olimpia e progetta di rilanciarla: «Faremo i passi necessari per tornare grandi. So che si tratta di investire senza guadagnare, ma l’ho fatto anche per la mia famiglia»

da Milano

«Neanche una parola sulla campagna acquisti, sul coach e sulla squadra», dice perentorio Giorgio Armani che non vuole intervenire sugli aspetti tecnici della pallacanestro pur essendo legato all'Olimpia, la società più titolata del basket italiano. Il motivo è semplice e tutto sommato encomiabile: proteggere lo sport dall'effetto dirompente della sua notorietà tenendosi fuori dai giochi. In compenso Armani accetta di parlare dei problemi di una città come Milano in cui stanno scomparendo le attività agonistiche diverse dal calcio: la pallavolo ha chiuso, l'hockey pure e le altre sono sprofondate nelle serie inferiori.
Non teme che il basket prima o poi possa fare la stessa fine?
«Secondo me il basket ultimamente si è un po' rinvigorito: ha saputo rendersi più spettacolare e curato in senso positivo. Inoltre è meno prigioniero di un sistema che denota mancanza di chiarezza nella gestione. Credo possa avere delle possibilità».
Comunque non è di moda come il rugby. Si sente in controtendenza?
«Sono sempre in controtendenza e ci tengo a esserlo restando comunque coerente con le mie scelte. Ho sempre vissuto così, non potrei fare altrimenti».
Uno dei problemi fondamentali dello sport milanese è sempre stato quello degli impianti. Non le sembra assurdo che non sia stato ricostruito il Palasport crollato sotto la neve del 1985?
«Più che assurdo mi sembra proprio vergognoso».
Preferisce il salottino del Palalido o il Forum di Assago anche a rischio di trovarlo mezzo vuoto?
«Preferisco gli atteggiamenti positivi verso la vita, per cui comincerei a dire mezzo pieno. In ogni caso parlando di una forma di sport che è anche spettacolo non ho dubbi: meglio il Forum».
Cosa la lega al basket e cosa a Milano per investire in questo sport?
«I miei fratelli giocavano a pallacanestro nei cortili della scuola e a me è sempre piaciuto andarli a vedere. Mia sorella Rosanna, piccolina come è, era bravissima. Ho fatto questa sponsorizzazione anche in omaggio alla famiglia, in funzione di quei ricordi giovanili».
Ha rilanciato la società più titolata del basket italiano: il progetto è per essere grandi subito o per cominciare a piccoli passi?
«Non direi piccoli passi, ma passi necessari per diventare grandi».
I rischi per un imprenditore?
«Investire senza guadagnare. Però sono contento quando vado alla partita e i ragazzini mi fanno firmare lo striscione, la maglietta oppure il cappellino. È un modo per sentirmi vicino al pubblico che magari trova in questo rito settimanale l'unica forma di svago, la più pulita».