"Io, di destra, all’università mi nascondo"

Parla la studentessa che a Torino non ha potuto dare un esame perché di destra: "Sono un bersaglio. Quelli dei collettivi giocano alla guerra. Ma io voglio solo laurearmi in fretta"

«No, mi faccia un favore. Non scriva che sono una vittima. Non mi ci sento. Non lo sono».

E cosa si sente, allora?
«Una militante, per scelta. E poi una studentessa come le altre, che si è trovata a fare una battaglia di democrazia. Non per spirito eroico, per necessità».
Chiunque scriva di politica o di giovani, a Torino, la conosce. Perché Augusta Montaruli, 24 anni, dirigente di Azione universitaria, è un tipetto che non passa inosservato. Minuta, determinata, carismatica. Spesso la vedi con il suo inseparabile cane, Scipio («in omaggio all’inno di Mameli»). Da ieri, dopo lo scoop de La Stampa, che ha raccontato la guerriglia all’università inscenata dai collettivi autonomi per impedirle di sostenere un esame, Augusta è un personaggio nazionale, inseguita da giornali e Tg. Da quando gli autonomi l’hanno messa nel mirino, quattro anni fa, gira per i corridoi dell’università quasi sempre scortata dai suoi camerati. E ieri ha scelto di non stracciarsi le vesti, per lanciare un messaggio politico.

Augusta, perché proprio lei?
(Ride, amaramente) «Chieda a loro, non a me».

Però lei lo sa?
«Da presidente provinciale di Azione giovani sono diventata un bersaglio. Forse più visibile di altri, chissà. Ma prima di me c’erano altri ragazzi nel mirino, e domani ce ne saranno altri, se le cose non cambiano».

Pensa di essere odiata?
(Altro sospiro) «Oh sì. Purtroppo. Vorrei dire no, ma temo proprio di sì».

E lei li odia?
(Scuote la testa) «Noooo... mi fanno pena. Li considero poveracci. La caricatura dei rivoluzionari che sognano di essere. Figli di papà che giocano alla guerra: li conosco uno per uno».

Magari loro dicono lo stesso di lei...
«Impossibile. Mio padre è... mancato a gennaio. Loro si divertono nelle case occupate con le paghette dei genitori, io con mia sorella ho ereditato un mutuo. Una casa e un debito, una responsabilità».

Suo padre era un dirigente di banca...
«... e mia madre una bidella. Le spiego un’altra differenza: io studio all’università e non vedo l’ora di laurearmi, loro ci bivaccano, qualcuno è già dottorando, la maggior parte non è nemmeno iscritta».

Cosa è successo il giorno dell’esame?
«Si erano organizzati per una guerriglia. Per loro era vitale che io non entrassi».

Come mai?
«Hanno detto che dopo i fatti de La Sapienza serviva un presidio che impedisse l’occupazione “nazifascista” dell’università. Si erano organizzati. Avevano persino uno striscione e le uova».

Ma lei è riuscita entrare prima...
«Non c’è voluto nessun atto eroico, è bastato svegliarsi presto. Loro sono arrivati alle nove...».

E poi cos’è successo?
«Come ha potuto testimoniare l’inviato de La Stampa, furibondi per lo smacco, hanno stretto i cancelli con un cordone. Ci siamo trovati faccia a faccia. Noi dentro: loro fuori, imbufaliti, che cercavano sfondare».

E poi?
«Poi è iniziato il lancio delle uova. La polizia in mezzo, un clima da assedio. I miei amici che gridavano: “Vai, corri a fare l’esame, ti copriamo... Mi si è spezzato qualcosa dentro”.

Cosa?
«Pensare che io mi trovavo nella mia università - braccata! - che c’era bisogno di una testuggine romana per coprirmi. Lì ho preso una decisione: non dare l’esame».

Scelta difficile...
«Sì. Mi sentivo morire a lasciare gli altri in quel clima da incubo. Mi sembrava assurdo dover fuggire come una clandestina, per fare una cosa che era un mio diritto».

La professoressa Gambini si è offerta di farle ripetere la prova.
«La ringrazio, è stato un gesto carino, ma io non accetterò».

Perché?
«Non voglio favoritismi. E nemmeno una sessione clandestina in uno sgabuzzino dell’università. Voglio fare l’esame come tutti, alla prossima sessione. Questo è un problema di agibilità democratica che riguarda l’università, non un problema di Augusta Montaruli».

Ogni volta che lei mette piede all’Università...
«Inizia questo ridicolo tam tam con i telefonini. Loro hanno basi logistiche, aule occupate. Hanno il sostegno di gente che viene da fuori, come i portaborse di un consigliere regionale del Pdci, Chieppa».

Conosce il loro leader?
«Si chiama Fabio Benintende».

Ha mai provato a parlarci?
(Ride) «Qual è la prossima domanda?».

Capiterà che vi parliate ogni tanto.
«Senta: noi abbiamo preso il 12% da soli, alle elezioni universitarie: loro non esistono. La metà sono pregiudicati per fatti di violenza. Questi collettivi sono composti dalle stesse persone fisiche che hanno creato la bagarre al Salone del libro per contestare gli scrittori israeliani... Perché possono agire indisturbati?».

Me lo dica lei.
«Io credo che anche il rettore abbia delle responsabilità. Questi dormono in università e hanno le chiavi».

Ha avuto solidarietà istituzionali?
«Sì, una telefonata molto carina del ministro Meloni, che è anche il presidente di Ag».

Cosa le ha detto?
(Risata) «Mi ha preso in giro: “Oh, adesso questo esame non puoi prendere meno di trenta, sennò che figura facciamo?”. Scherzava».

E la solidarietà più impensata?
«La più lontana dalle mie posizioni? Quella del ginecologo abortista Silvio Viale. Si è offerto di scortarmi».

Carino da parte sua.
«Sì, ma non è una soluzione. Non ci servono gorilla, ma regole chiare per tutti».

E da grande cosa vuole fare?
«Per prima cosa la mamma. Poi si vedrà».

E la politica?
«La politica non è un mestiere...».

E cos’è per lei?
«Una passione».