«Io, detective riscrivo il mistero Poe

In «L’ombra di Edgar» Matthew Pearl indaga sulla fine del maestro del brivido. Ingaggiando un ricco avvocato...

Che carattere aveva realmente lo scrittore americano Edgar Allan Poe? È vero che i suoi colleghi giornalisti e scrittori l’avrebbero visto volentieri morto e che nessuno dei suoi parenti si sarebbe preoccupato della sua sorte? A quali reali personaggi si ispirò per creare il detective Auguste Dupin (protagonista dei celeberrimi I delitti della Rue Morgue, Il mistero di Marie Roget e La lettera scomparsa)? Perché per un certo periodo scelse di celare la propria identità dietro la sigla E.S.T. Grey? Quali furono le reali circostanze della sua morte avvenuta il 7 ottobre 1849? E perché prima di spirare continuò a sussurrare una sola parola: «Reynolds! Reynolds»?
A questo e altri quesiti riguardanti la vita di Edgar Allan Poe cerca di rispondere l’ultimo mistery di Matthew Pearl, L’ombra di Edgar (Rizzoli, pagg. 514, euro 18,50), presentato in anteprima in Italia alla «Milanesiana». Reduce dal grande successo di un best seller come Il Circolo Dante (in cui raccontava sotto forma di thriller le vicissitudini della prima edizione dell’Inferno di Dante negli Stati Uniti, osteggiata dalla conservatrice Università di Harvard e promossa invece con coraggio dal poeta Longfellow), Matthew Pearl costruisce un raffinato romanzo storico in cui il ricco e giovane avvocato Quentin Hobson Clark (modellato sui realmente esistiti George Eveleth e Philip Pendleton Cooke) cerca di indagare con tutti i mezzi sulla morte di Poe, proprio pochi giorni dopo la sua dipartita. Un’indagine che per il principe del foro diventerà un’ossessione che lo porterà a muoversi fra Baltimora e Parigi, alla ricerca di indizi che chiarifichino che cosa accadde allo scrittore bostoniano pochi giorni prima della sua morte. È lo stesso Pearl a chiarirci gli intenti della sua opera.
Perché ancora oggi un autore come Poe è così amato e letto?
«Poe ha la capacità di essere estremamente sofisticato ma di non intimidire i lettori. Per questo piace ancora oggi ai giovani che non si sentono schiacciati dalla sua personalità né dal suo stile. Ha uno stile che non è mai pomposo e non è mai predicatorio ma è profondamente sensibile. Poe non è un romanziere per ragazzi. Anzi, rileggendolo da adulti si scopre quanti congegni letterari siano contenuti nelle sue opere, quanto raffinata fosse la sua ricerca di nuovi stili e nuovi linguaggi. La voglia di sperimentare lo accompagnò tutta la vita».
Qual è il racconto del maestro dell’horror che l’ha maggiormente spaventata?
«Non ho dubbi: Il barile di Amontillado. È la storia più terrificante che io abbia mai letto. Il protagonista muore, ma la cosa più terribile sono le sofferenze che deve patire prima di spirare. Sa che sta per morire e soffre in maniera atroce ma non riesce a capire perché si trova in quella situazione, cosa si voleva da lui, chi l’ha punito e perché».
Si è sentito una sorta di detective mentre faceva le ricerche per L’ombra di Edgar?
«Nella mia vita come detective sono una frana. Mi dimentico sempre tutto: dall’orologio ai pantaloni, dall’ombrello allo zaino, dai calzini ai libri. Come scrittore, invece, posso prendermi la rivalsa di trasformarmi in un investigatore. Ho più tempo a mia disposizione, posso analizzare la situazione dall’alto, ho la pazienza di valutare il pro e il contro. Posso ritornare più volte sul luogo del delitto, usufruisco di una documentazione precisa, posso ritornare a vedere in biblioteca i documenti che mi servono per le mie storie. E quindi posso servirmi di un metodo deduttivo e analitico come quello usato da Auguste Dupin».
È facile riaprire un caso come quello della morte di Edgar Allan Poe a distanza di così tanti anni dalla sua scomparsa?
«Tutte le notizie che troverete nel mio libro sono state prese dai giornali dell’epoca. Sono tutti dettagli autentici che io ho preso pari pari, dalle notizie che apparvero su The Sun, New York Herald, Quaker City, Baltimore Patriot, Holden’ Dollar Magazine, Broadway Journal, etc. Tutti hanno avuto sotto il naso quei documenti per anni ma nessuno in realtà li aveva letti né studiati. Gli elementi per l’indagine erano lì a portata di mano, ma sono stati trascurati in qualche modo volontariamente e in altri casi per semplice pigrizia o disattenzione. La verità, o almeno una parte della verità era lì e nessuno ha voluto leggerla. Solo in quei giornali si trova la voce dei testimoni che al tempo erano stati intervistati o contattati per chiarire le circostanze della morte di Poe. Ho messo a disposizione dei miei lettori quegli articoli anche sul mio sito Internet (www.matthew pearl.com), in modo che ognuno potesse leggere quelle preziose testimonianze. Non volevo nascondere loro nulla delle mie ricerche. Mi piaceva l’idea di aprire una finestra sul passato dalla quale anche loro si potessero affacciare».
Come mai sul sito ha deciso di aggiungere anche capitoli inediti che sviluppano alcune sequenze del libro?
«Ho scritto queste parti dopo aver ultimato il romanzo, perché mi sono accorto che c’erano altri possibili sviluppi».
Sono stati scritti molti romanzi che hanno per protagonista Edgar Allan Poe (da Sulle rive della notte di Randall Silvis a Il faro alla fine del mondo di Stephen Marlowe, da Il barone sanguinario di Kim Newman a Omicidio al museo delle cere di Harold Schechter). Come mai ha scelto di non inserire lo scrittore come personaggio nel suo romanzo ma ha preferito indagare sulla sua biografia e sul periodo in cui visse?
«Mi sono chiesto come avrebbero potuto i suoi contemporanei occuparsi del suo caso e cercare di risolverlo con i mezzi che avevano a disposizione in quel periodo. Poe aveva una personalità anomala, molto sfaccettata e ognuno dei personaggi protagonisti del mio libro dà voce a uno dei lati del suo complesso carattere. Ognuno vede solo un lato o due del poeta e tutti insieme vedono un Poe diverso. Insomma, non esiste un unico Poe che va studiato».
Ma che cosa successe realmente a Poe negli ultimi giorni?
«Non si saprà mai con certezza che cosa successe in quei giorni. Nel mio libro ho raccolto tutte le ipotesi credibili che sono state accreditate negli anni scartando quelle false e menzognere. Ma ho lasciato libero il lettore di scegliere quale fosse davvero la vera soluzione finale del caso. Fino ad oggi gli studiosi che si sono occupati della strana morte di Poe sono partiti da una loro personale teoria (morte per avvelenamento o a causa di percosse, attacco di delirium tremens, intossicazione, rabbia, persino omicidio) e hanno cercato di giustificarla adattando a loro piacimento le fonti e i documenti dell’epoca. Io ho voluto cambiare l’approccio all’indagine. Per avvicinarsi alla realtà bisogna innanzitutto studiare le fonti e la loro veridicità. Soltanto dopo si può imbastire una qualsiasi ipotesi. Poe in quel periodo a Baltimora era completamente solo, non aveva amici e non aveva famiglia. Si trovava in un luogo a lui estraneo dove non sapeva nemmeno dove andare a dormire. Era spaesato e confuso. Ma se volete saperne di più, vi toccherà leggere il mio ultimo libro».