«Io, diva della tv a quindici anni porto il web a casa dei ragazzi»

Il Mississippi è una terra inesauribile di miti e leggende nate tra il navigare lento delle chiatte e i campi di cotone. Laggiù nei bar si possono ancora ascoltare le «storie di Pascal», avventure surreali che viaggiano di bocca in bocca, mescolate alla naturale attitudine dei neri per la superstizione, queste storie hanno trasformato Robert Johnson, vero eroe del blues, in un falso mito diabolico. Leggenda vuole che Johnson, per imparare a suonare la chitarra, abbia venduto l’anima al Diavolo. È la stessa antica leggenda dell’«orso più grande della vita che è una nera nebbia» raccontata da Thomas B. Thorpe e William Faulkner, ma questa ha sacrificato l’immagine di Johnson sull’altare spettacolare del rock’n’roll. A rimettere a posto le cose pensa il volume Robert Johnson. I Got the Blues. Testi commentati (Arcana) dello studioso Luigi Monge. È il primo lavoro sul bluesman che sia veramente all’altezza degli studi americani; un lavoro di esegesi complesso e faticoso, che analizza in modo analitico e non divulgativo, il messaggio di Johnson. A partire da quel 23 novembre 1936 in cui a San Antonio, Texas, il giovane chitarrista incise i sedici brani destinati a sconvolgere la storia del blues. Non mancano aneddoti e curiosità storiche, ma il piatto forte - destinato ai veri cultori - è l’analisi dei brani. Le melodie che rimandano ad antichi traditional (con collegamenti sorprendenti) che svelano il debito di Johnson ora con Son House ora con «il genero del diavolo» Peetie Wheatstraw. E poi le parole: Monge ricostruisce il vero significato delle liriche, per quanto si può, e spiega i collegamenti parola per parola. Da «tamales», l’impasto di farina di grano cotto al vapore con vari ripieni a seconda delle zone, Monge ricostruisce i doppi sensi, in questo caso sul sesso, trovando riferimenti precedenti in pezzi di Moses Mason o Lucille Hegamin. Pian piano emerge la difficile vita di Johnson, soprattutto nel rapporto con le donne (sempre solo, pur essendo un grande conquistatore), emerge il dolore, nella spiegazione alla criptica Last Fair Deal Go Down. Personaggio tormentato, certo, ma non il sacerdote del male che è il leit motiv che lo accompagna. Nel 1946, a proposito di Hellhound On My Trail, l’illustre critico Rudi Blesh scrive: «è un brano pieno di immagini che si rifanno al mondo del Male, a figure sataniche che ululano nel vento in una notte satanica e senza stelle». Ma Monge il revisionista spiega che i temi del pezzo sono il vagabondaggio e il rapporto fallimentare con le donne. E quel «segugio»? Indica i fantasmi della persecuzione razziale, e poi il «cane infernale» è figura antica, da Cerbero alle culture africane. Quindi c’è poco di Satanico nell’opera di Johnson - morto a solo 23 anni - anzi il senso di un vangelo apocrifo che non ha ancora perso il suo fascino e continua a convertire discepoli.