«Io, donna manager, razionale e un po’ anarchica»

Se uno psicologo dovesse giudicare la nostra ospite dopo questa chiacchierata la definirebbe certamente «una donna moderna, ma anche post-Ottocento». La nostra ospite è Roberta Oliaro, donna manager di primissimo piano, presidente di Spediporto, ma anche vicepresidente di Confetra e alla guida ormai da anni dell’azienda di famiglia insieme al fratello Luca (la Oliaro Spedizioni Srl). Poco più che quarantenne, elegante, sorridente sempre, capelli sciolti, aperta, trasparente è a capo di oltre 300 società di spedizioni, che gestisce con sicuro piglio manageriale («Gli uomini - dice - non mi fanno paura, purché lavorino bene e facciano il loro dovere»). Roberta Oliaro nasce a Genova, a Villa S. Anna (in quegli anni la clinica della Genova-bene), scuole elementari, poi le superiori, guarda caso, alla «Ravasco» di Carignano, diplomata a pieni voti quale perito aziendale e lingue estere. Inizia l’Università, ma il profumo dello «scagno» di papà, già affermato spedizioniere, la affascina e si getta subito nel lavoro. Si sposa in età non giovanissima, ama intensamente la famiglia, anche se le manca la maternità, diventa una delle «ragazze» genovesi molto richieste, apprezzate, sportiva a pieno regime con la passionaccia per il mare e le barche. Donna ricca di sentimenti, un po’ all’antica, ma anche calata nella realtà moderna, soprattutto nel mondo non facile del lavoro.
È così, Roberta Oliaro?
«Sì. Il lavoro, la famiglia i miei grandi valori. Oggi la mia azienda compie 51 anni. È nata il giorno in cui la mamma era incinta di mio fratello. Dopo un po’ di anni sono nata io».
Una giovinezza da ragazza bene...
«Mica tanto. Non ho voluto fare l’asilo perché c’era una suora che mi era antipatica. Ho amato il nucleo familiare, con papà e mamma sempre al mare o in montagna. Ma mi sentivo molto anarchica».
I momenti decisivi della sua vita?
«Lo studio, i “master” a Milano, la voglia di entrare nel vivo del mondo lavorativo. Poi, purtroppo, la morte di papà in un incidente stradale e la necessità di prendere in mano l’azienda. Infine l’inaspettata nomina a presidente di Spediporto. E il matrimonio avvenuto il giorno prima della mia nomina a capo degli spedizionieri».
Lei è una tipica donna genovese. Ma come sono queste donne di casa nostra?
«Intraprendenti. Ci sono donne tradizionaliste e donne più spregiudicate. Ma tutte, credo, almeno quelle della mia generazione, vogliono riscattare la loro città».
Per una donna è difficile fare carriera? Rompere il muro maschile?
«Per me non è stato così. Nessun muro. Sono stata accolta molto bene, basta essere semplice e determinata».
Come si vede tra dieci anni?
«Non ci ho mai pensato. Ma credo ancora una donna attiva, che lavora (il mio destino è lavorare tutta la vita)».
Le piacerebbe fare il sindaco, visto che oggi solo donne sembra siano destinate a quel posto?
«È un mestiere difficile. Non amo entrare in politica. La vivo come un mondo di troppe parole. Ma forse, tra dieci anni... chissà...»
È mai andata da uno psicanalista?
«Molte volte! Sì. Purtroppo ho sofferto di anoressia. Ne sono uscita per fortuna molto bene, ho lottato, ho vinto. Il fascino della psichiatria mi è rimasto... Leggo molto di quei libri...».
A 13 anni cosa pensava di fare?
«Pensavo già al lavoro. Ma anche di andare per mare. Il mio sogno è sempre stato il mare. La mia casa futura sarà la barca».
Roberta Oliaro di cosa ha paura?
«Della solitudine. Della morte mia non ho paura, di quella degli altri sì, dopo l’esperienza di papà e di mamma».
Il suo sogno nel cassetto?
«La maternità che non è arrivata. Ormai... mi salvo con tre nipoti».
Se lei fosse uno dei sette vizi capitali?
«Sicuramente la gola. Il cioccolato è la mia grande passione, una gioia infinita».
Che rapporto ha con i ricordi?
«Bellissimo. I ricordi sono le mie radici, mi danno modo di sorridere e di riflettere. Sono una parte importantissima di me. Guai a dimenticare il passato».
Da che cosa non si separa mai?
«Dall’orologio del mio papà. E da una penna che mi ricorda una persona cara che me la diede per scrivere il mio libro delle idee».
Fra i ricordi ci sono grandi amori?
«Grandi no. Ma il mio primo amore sì, nell’ultimo anno della Ravasco».
Uno spedizioniere ha mai tentato con lei?
«Si, qualcuno sì. Ad uno piacevo molto...» (sorride divertita).
Cosa ci vuole per diventare sua amica?
«Sincerità, voglia di ridere, ironia, sensibilità. Amici veri ne ho pochissimi. Due amiche genovesi, una a Roma».
L’incontro che le ha cambiato la vita?
«Lo confesso a lei per la prima volta (si commuove intensamente): quando ero anoressica, in un certo giorno ha incontrato “una luce”... da allora ho cominciato a curarmi, ha farmi forza, a darmi coraggio. Sono guarita, da quell’esperienza sono maturata, rafforzata. Un incontro davvero che ha cambiato la mia vita, ridandole forza».
Lei va su tutte le furie per...
«Quando manca il rispetto, quando c’è la manipolazione...».