«Io, il dottor Morte diventato star»

Una lettera e finire in prima pagina. «Mai visto. Che invidia. Fatto apposta? Il giudizio giusto al momento giusto, averci pensato». Anatomia d’un «successo» e il rumor che fiancheggia il dottor Roberto Santi, medico dell’Asl 4 chiavarese, schizzato nella bolla mediatica. Perché ha scritto a Piergiorgio Welby, contingente proiezione del dramma delle coscienze italiane di ogni fede, ordine e grado. Perché ha il coraggio di non cerchiobottare tra etica-politica e magistratura. Dice solo che è pronto ad assisterlo: via respiratore e stop all’accanimento terapeutico. Saluti, firma e invio. Neanche due ore e i cellulari impazziscono. Lo vuole il mondo, vogliono il «Santi-pensiero».
Ma Santi chi? Solo un medico. Un po’ scomodo, è vero, che va a scrivere certe storie ammiccando su certa malasanità. Che viene da certa satira-provocazione messa in scena nei teatri di provincia. Eppure. L’informazione va in tilt. Effetti collaterali di saturazione? Santi è il nuovo, e sconosciuto com’è forse va ancora meglio. È l’altra faccia di una morale paludata, del gotha degli opinionisti. E dice senza mezzi termini. Nel giro di poche ore se lo litigano reti nazionali, quotidiani, settimanali, blogosfera, strisce pomeridiane e radio. Dibattiti ad oltranza, collegamenti, estemporanee, Sky che muove mezza carovana e lo inchioda alla Baia del Silenzio per 10 minuti di ribalta cullata dal mare. Un fotografo d’agenzia che se lo tira dietro per ore cercando la luce del tramonto (della vita) a corredo di articoli su riviste del gruppo Rusconi e Mondadori. Cos’è successo? E perché il successo? Ieri nessuno, non te ne voglia, oggi una star. Tutto per una lettera che ha fatto il giro del mondo.
Lo acchiappi nella pausa tra un corso e l’invito martedì a Porta a Porta. Chiude il cellulare e allarga gli occhi. Pazzesco. Interrogativo reiterato. Allora? «Sono un medico che contesta l’invasione della politica nella sanità, ci ho scritto anche un romanzo su ’sta roba. Non sono portatore di verità rivelata. È la sensibilità etica nei confronti del paziente, è la sacralità che appartiene al rapporto col medico e mi stupisce che i colleghi si stupiscano».
Forse molti avevano in testa quanto ha scritto, ma non il coraggio di dichiararlo. Il bambino che grida il re è nudo, «non mi ritengo un ingenuo, ma un innocente sì. E forse il re è nudo poteva dirlo solo un bambino». Non basta ancora. «Forse ho spostato il dibattito dentro il letto di Welby. Forse è stata la formula con cui mi sono espresso. I medici oggi hanno paura, stretti tra i lacci di politica e Chiesa». Letto e trac, un gancio alla pancia. «Forse era necessario che qualcuno lo dicesse». Di staccare la spina? «Parole e sentimenti sono fatti d’immagini. È una questione semantica e semilogica. Lasciamo che la semantica la decidano i medici e supportiamoli con psicologi e un apparato etico-legislativo forte. La spina staccata nell’immaginario collettivo equivale a staccare la vita. Non è così. Welby oggi ci dice che la distrofia muscolare è una malattia mortale. Inutile accanirsi».
I cellulari vibrano sul tavolino. Risponde e s’accorda per l’ennesima intervista. Chissà l’accoglienza in ospedale, i colleghi. Santi ha quell’aria distratta di chi rincorre le idee, guadagna terra e «niente. Non una parola. Però la signora della fotocopiatrice mi ha fatto i complimenti per quello che ho detto». Lei ha capito. Le persone comuni hanno capito. Mentre il fitto scambio filosofico-etico-politico sul caso-Welby viaggiava in quota, restando intraducibile per la casalinga di Voghera. Santi, che fa formazione sulla comunicazione medico-paziente, ha scritto quello che quotidianamente predica. Ha spostato il focus e riesumato Ippocrate, prendendo una posizione che è scomodo prendere. Cosa non si fa per il successo? Un’occhiata che ti strina e nessuna ironia. Solo «la realtà che supera la fantasia».