"Io e Benvenuti? Non mi rovinate il compleanno..."

I 70 anni di Mazzinghi. L’ex campione del mondo fa ancora a pugni con il suo storico rivale: "Quello là mi ha fregato due volte grazie alla politica. E quando misi giù Kim Soo Kim che l’aveva battuto fu come vincere due volte"

Ascolti. Lo ascolti. Sembra quel caminetto che zampilla di braci e allegria nella splendida casa di Cascine di Buti, nella campagna toscana vicino a Pontedera. Da anni un suo compagno di vita. Osserva: «La campagna ti dà ispirazione. Ti fa venir fame, anche se non ce l’hai. Se avessi vissuto in città, sarei morto prima». Invece oggi sono 70, settanta anni come quelli che ha compiuto Benvenuti. La voce si fa fredda, più rugginosa. «Per favore, non mi rovini il compleanno». Dici Benvenuti e gli tiri un pugno nello stomaco. Per fortuna non può rispondere, nel senso fisico. Sandro Mazzinghi è rimasto il nostro gladiatore di un tempo antico, quello che un ragazzino avrebbe guardato con sguardo estasiato. Così forte, vorace, determinato, selvaggio, sudato, occhi pesti ma sempre avanti. Crepitava colpi che erano bombe, esplodevano sul ring come in una notte di guerra.

Oggi Mazzinghi ha ancora la parola squillante, ti riporta ad un tempo antico, lontano dalla stupidità dello sport odierno. È nato prima della guerra, ha conosciuto fame e sofferenza, che non è stata solo quella del quadrato. Parla dei pugni e dice: «Noi ci sbucciavamo». Sbuccia cosa? «Si, ci picchiavamo, era quello che voleva la gente. Come andare a un buon ristorante. Vuoi un menù gustoso e dessert? Bene, noi lo servivamo con i pugni».
Dici Mazzinghi, ma poi ti vien immediato di accostargli Benvenuti. E, per chi conosce la storia della boxe, soggiungere: Guido, il fratello, Steve Klaus,che lo scoprì, Adriano Sconcerti, il manager, Giovanni Borghi, il patron, Vittorio Strumolo, l’organizzatore, Ralph Dupas, l’americano contro cui conquistò il primo titolo mondiale dei medi juniors, Kim Soo Kim, il coreano contro cui riconquistò la corona a San Siro in uno dei match più drammatici e crudeli delle pagine del ring. Una tragedia di Shakespeare, riportata ai tempi nostri. Una storia partita dal rione Belladimai di Pontedera, che la guerra trasformò in groviglio di mura diroccate. Tre sorelle e un fratello, il papà che rimase senza una gamba prima che lui nascesse, la mamma che lavorava in una fabbrica di filati. C’era poco da mangiare. Poi venne la gloria del ring, il terribile incidente in cui morì la prima moglie, Marisa la seconda moglie, che gli ha dato due figli. «Due pilastri: oggi sono ottici. Lei la donna che desideravo e che mi ha seguito. Di più non potevo chiedere».

Mazzinghi, lei è stato emblema di una Italia che sapeva soffrire…
«Vero, con il sacrificio ho ottenuto cose mai pensate. Partendo da zero sono diventato personaggio. Ho conquistato il mondiale nella boxe: il massimo per chi fa questo sport. Ho capito il senso del vivere o morire. Ed ho sempre preferito la vita, perché è una cosa immensa».

Con Benvenuti avete rappresentato due mondi: la boxe elegante di Nino e quella sua, tutto vigore e sofferenza. Una sorta di divisione tra ricchi e poveri…
«Ancora? Non mi rovini l’intervista con quel nome…».

Ma siete stati come Coppi e Bartali…
«No, tra Coppi e Bartali c’era amicizia, un rapporto molto diverso da quello mio con questo signore. Di mezzo ci sono state troppe bugie. E, comunque, io piacevo sia ai ricchi sia ai poveri. C’era chi voleva entrare ai miei match e magari non aveva soldi per il biglietto. Avrei voluto pagarlo a tutti. La gente voleva vedere il ko e glielo davo. Non stavamo sul ring per giocare a carte».

Se dovesse scegliere il match dei match?
«Contro Kim Soo Kim è stata una sinfonia, anzi un quadro, una scultura, un capolavoro Per due ragioni: Kim aveva battuto l’altro. Si, quell’amico mio (Benvenuti ndr.). Ed allora è stato come batterli tutti e due. Mi sarei battuto fino alla morte, piuttosto che perdere. Fu il riscatto di tutto, uno scontro epico, un pubblico record, un inferno per entrambi».

Ai match con Benvenuti è legata una parte di storia…
«Bisogna smetterla. Sono stato fregato. Ci sono state cose non chiare, non voglio dirle. Ho visto la disonestà dell’ambiente sportivo. Quando entra la politica, entra il marcio. Guardi che il ricordo di quei due incontri con Benvenuti rovinano l’articolo. Nel secondo mi sentii solo contro tutti. Fu un’amarezza profonda, in qualsiasi parte del mondo mi avrebbero assegnato la vittoria».

I mondiali con Ralph Dupas, americano che ti tagliava con i guantoni, saranno rimasti fra i buoni ricordi…
«Fu un fiore sbocciato all’improvviso. Ero professionista da un anno e mezzo, nessuno immaginava che potessi arrivare subito al titolo. Nel primo match mi spaccò il sopracciglio alla 7° ripresa. Meno male che l’arbitro non sospese l’incontro e al 9° round lo beccai al mento. Con il veleno che avevo dentro…».

Nel secondo, in Australia, fu una corrida…
«Poteva essere un massacro. Alla fine, alla 14° ripresa, lo mandai al tappeto con un carezza. Mi spaccò lo zigomo, mio fratello mi diede un fracco di punti. Non si fidava di nessuno. Quel match fu la garanzia che c’ero».

Lei è religioso, mai pregato per non andare ko?
«Durante i match, certo. Quando prendevo qualche pugno duro, dicevo: “Madonna, dammi la forza di farcela”. Da ragazzo, facevo il manovale, ho contribuito a costruire la grotta della Madonna di Lourdes a Pontedera. Ed ho anche murato la Madonna nel campanile del paese. Dio mi ha dato tanta forza ed io dico sempre le preghiere».

Come vede i pugili di oggi?
«Manca la materia prima, la qualità. E manca la fame. Serve tirare la cinghia, oggi si sta tutti bene. Non c’è il campione di richiamo».

A Pechino la boxe italiana ha conquistato tre medaglie. Cammarelle ha steso il cinese con un bel colpo finale…
«Cosa dire? Speriamo possano sfondare. Gli auguro ogni fortuna a tutti e tre. Ma la vera boxe mi sembra altra. Io, per esempio, sono per il lavoro al corpo: un colpo al corpo ne vale due al viso. Cammarelle? Si, bravo. Anche se non sappiamo quanto valgano davvero i pugili cinesi».

Lei tornò sul ring a 39 anni: 7 anni dopo aver smesso. Una follia?
«Troppe volte, sui giornali, il presidente federale parlava di limiti d’età per evitar suonati. E mi metteva in mezzo. Gli dimostrai che, a 40 anni, si può fare boxe. Ho sempre accompagnato i colpi, sennò sarei diventato scemo. Vinsi tre match. Poi mi fermò la legge».

Le piace ancora cantare?
«Certo è una passione. Tanti anni fa scrissi le parole e incisi un disco. Con Adamo, il cantante italo belga, facemmo una tournèe a Milano, Torino, Genova e Bologna. Pippo Baudo ci chiamò a Sette voci».

Mazzinghi, capisco di rovinarle il compleanno, ma lei e Benvenuti siete due splendidi settantenni. Alla faccia delle storie sui pugili suonati. Ne conviene?
«Io ho fatto il possibile per non esserlo. Ma uno suonato, nasce suonato. Dicevano, presidente federale compreso: Mazzinghi è suonato. Invece no. I suonati erano loro. Anzi, erano campanelli».