«Io e Mario Soldati, una vita a parlare con la gente»

A volte è piacevole rifugiarsi nei ricordi. Questo a me è solito accadere quando, sistemate e messo in essere le cose quotidiane, mi trovo pronto a far riposare la mente, e con essa tutti i pensieri del presente, per rifugiarmi nel passato; e rivivere con esso i personaggi che hanno fatto parte della mia esistenza.
Uno di questi, e forse il più importante è stato Mario Soldati.
Nei nostri colloqui si era soliti ricordare il suo ed il mio passato. Passato ricco di una infinità di cose che sono rimaste in lui come «bagaglio» da trasportare in ogni momento della vita. Così anch’io avevo modo di ricordare quanti e tanti episodi che hanno caratterizzato la mia infanzia, l’adolescenza, la mia gioventù, sino al momento in cui ho abbracciato e vissuto la mia quarantennale esistenza nell’Arma dei Carabinieri. Così Mario si ricordava i momenti cui aveva lasciato l’Italia per andare in America; ciò che aveva vissuto in tutto quel tempo, in un luogo dove, anche se straniero, riusciva a non perdere quelle che erano le sue origini, cercando, grazie alla conoscenza della lingua, di integrarsi meglio di chi non la conosceva.
Ed io, a fargli presente che in tanti luoghi avevo difficoltà ad integrarmi nel luogo stesso, dove ero stato inviato a rappresentare lo Stato con le sue leggi. Dovevo dimostrare ed apparire diverso da quello che la gente è solita interpretare la figura del Carabiniere.
Facevo presente che mi trovavo in quel luogo che per essere con la gente e per la gente, per cercare di aiutare e risolvere con loro eventuali problemi di via, da amico da persona che, anche se con l’uniforme, dovevano essere risolti nella legalità. Legalità che ero stato inviato a far rispettare nelle norme dell’ordinamento sociale cui ero rappresentante. Anche Mario mi rispondeva che avevano avuto inizialmente parecchie difficoltà a esporre quella che era la sua presenza di un insegnante e conoscitore di ciò che il nuovo mondo cui in quel momento apparteneva. Era per lui tante volte difficile integrare il suo modo di vedere con quello di un mondo nuovo quale l’America. Lui aveva nel suo «bagaglio» più di duemila anni di storia, mentre gli altri nella storia erano un poco più indietro. Ciò nonostante riusciva con il suo «bagaglio» culturale a farsi apprezzare ed avere il consenso delle persone che, per lavoro, per amicizia, per conoscenza avvicinava quotidianamente. Anch’io dopo un periodo di presenza nei luoghi in cui ho avuto modo di vivere, stante la mia attività, avevo modo di raccogliere dei consensi accompagnati naturalmente anche da qualche dissenso, perché non si poteva accontentare sempre tutte le persone con cui avevo modo di vivere.
Mario Soldati era solito dire al riguardo che la sua attività il suo mondo erano diversi del mio, anche se per entrambi vi era una ragione comune che era quella di comunicare con la gente, avere un rapporto con le persone cercare di integrarsi nel mondo, di vivere negli altri per poter comunicare e non sentirsi soli. Quindi mi diceva che nei libri che ebbe modo di scrivere al rientro in Italia come «America primo amore» e «La sposa americana» lo ricompensarono dei momenti in cui si sentiva solo in un luogo non suo. Ed io a dirgli che ogni qualvolta lasciavo il luogo in cui avevo operato, era bello ricevere da tante persone un attestato in cui mi ringraziavano per avere fatto in modo che la figura del «Carabiniere» non era stata quella a volte imperversante di essere vista solo con le manette, ma con tutto il senso umano che esso ha come «bagaglio» nella vita.
Ricordare con Mario Soldati tutti gli avvenimenti e le persone che hanno costellato la nostra esistenza, a volte, dicevamo sarebbe stato troppo lungo, per cui ci limitavamo a quelli che avevano avuto in noi un senso, un senso per la vita.
*ispiratore dei racconti di Mario Soldati