«Io e il pubblico? Una coppia davvero perfetta»

Approda nella capitale il fortunato tour con il quale la giovane interprete festeggia i primi dieci anni di carriera

«Un viaggio onirico». Così Elisa descrive il suo concerto. La cantante è in tour per festeggiare dieci anni di carriera e approda venerdì sera al Palalottomatica. Sincera nel creare musica come nel raccontarsi, parla di sé, del rapporto con la sua band e con il pubblico, lasciando trasparire entusiasmo e passione ancora intatti.
Riesce a raccontare 10 anni di concerti nello spazio di un’intervista?
«Ogni concerto è un’avventura speciale. Mi serve a capire cosa sono, cosa comunico, cosa arriva delle mie canzoni. Ogni sera è un tuffo indescrivibile. La forza mia e della band e quella degli spettatori interagiscono e generano energia. È quasi un rapporto di coppia».
In concerto propone nuovi arrangiamenti e si avvale di un coro gospel.
«Questo è un tour per celebrare le canzoni. Pensando agli elementi fondamentali che le costituiscono, abbiamo notato che nel mio repertorio è sempre in risalto l’aspetto corale. E la soluzione ideale per esprimere al meglio le tante voci che si intrecciano nei miei brani era portare un coro gospel. Ho approfittato dell’occasione per dare enfasi alle parti corali, aggiungendone anche di nuove, scritte appositamente. Avrei voluto anche gli archi dal vivo, ma i problemi di acustica dei palasport non ci avrebbero permesso di farli suonare al meglio».
Lei cura anche la scenografia e collabora alla regia dello spettacolo.
«Facciamo da anni un lavoro minuzioso. Abbiamo studiato i contenuti di questo concerto con sei mesi di anticipo, decidendo di sottolineare le canzoni con messaggi visivi. Con Max Gelsi, bassista e direttore musicale, abbiamo costruito una scaletta che è fissa per tutte le sere, una scelta necessaria per allestire uno spettacolo multimediale più controllabile. Anche il chitarrista Andrea Rigonat ha contribuito, ideando l’introduzione dello show. Insomma, la regia è di tutti».
Continua a trovare più semplice la scrittura in inglese, o riesce a esprimersi agevolmente anche in italiano?
«L’italiano non è più un tabù. Non ho ancora la dimestichezza che ho con l’inglese, ma adesso sento di avere qualche strumento in più. Voglio essere in grado di sviluppare questo linguaggio con personalità, studiando accuratamente il suono delle parole senza che per questo perdano di significato. L’arma in più dell’italiano è che può essere compreso anche sovrappensiero, mentre per l’inglese serve un po’ di concentrazione. Voglio seguire l’esempio di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, che ha cantato in sanscrito, in celtico o addirittura usando lingue inventate, riuscendo a restare sempre comunicativa».
La musica dunque si conferma linguaggio universale, a prescindere dall’idioma in cui ci si esprime?
«La musica come forma d’arte deve ispirare, evocare, stuzzicare la fantasia. Non deve essere completamente esplicita, chiara e razionale. L’ascoltatore ha un ruolo fondamentale. Se una cosa è troppo studiata, perde spontaneità».