«Io e la tribù degli italiani alla maratona di New York»

nostro inviato a New York
Il popolo della maratona ha le labbra screpolate. Corre per la «sgambatina» della vigilia a Central Park ma guarda preoccupato il cielo newyorchese color piombo: sono raffiche di vento gelide e un freddo da seccare le lacrime. Così è tutto un sollevarsi di baveri delle giacche a vento e battere di piedi. È annunciata tormenta purtroppo.
Gli italiani sono quattromila. La tribù più numerosa dopo quella inglese ma sicuramente la più riconoscibile. Sulla settima passano gli svizzeri, precisissimi, con la bandierina rossa e il nome disegnato sulle canotte; passano i francesi, eleganti in blu ma con la loro solita «spocchietta» e passa anche un gruppo numeroso di tedeschi ordinati e organizzati con tanto di caposquadra e retroguardia con megafono a chiudere la fila. Noi improvvisiamo. Siamo un'armata dai tanti colori con mogli, figli, fidanzate e amici che si ritrova nei ristoranti a caccia della pastasciutta, non perché ci vogliamo far riconoscere, ma perché alla vigilia di una 42chilometri i carboidrati sono davvero l'unica benzina necessaria: altro che steak e hot dog. Che si ritrova a far la coda al Nike store all'angolo con la quinta, dietro a Tiffany, e si equipaggia per la lunga attesa sul ponte di Verrazzano: guanti, cappellini, felpe e tutto ciò che potrebbe servire a tener caldo visto che la «sveglia» per chi corre è fissata all cinque del mattino e il via arriverà solo quattro ore e mezzo dopo.
UNA FOTO SOTTO L’OROLOGIO
Siamo una tribù che fa le foto ricordo sotto l'orologio del count down nel villaggio ospitalità, che si allena, che parla di maltodestrine, aminoacidi, tempi e ripetute: tre ore, due e 40, cinque minuti al chilometro. Cose da esperti, da «impallinati» del running anche se qui a New York c'è spazio per tutti. Questa è la maratona della vita. Oltre 38mila iscritti e 315 milioni di telespettatori collegati in mondovisione, un'organizzazione planetaria in uno scenario da togliere il respiro con gli americani che ti danno il benvenuto ovunque ti presenti: «Maratona...? Oh good». Così in aeroporto, in strada, in albergo a cena e anche in ascensore. Qui è l'evento. Non credo sia solo business: è un fatto di cultura. Gli «Yankee» partecipano senza secondi fini, applaudono, fanno il tifo, chiudono le strade e le riempiono di cartelli di benvenuto. E la tribù italiana, al di là delle mode, sembra davvero averlo capito perché il feeling con la Grande mela ormai è totale. Quindi ogni anno diventa più importante e numerosa. E si divide in tante sottotribù.
TUTTI SENZA I POD
C'è chi corre per davvero e viene qui per vincere da Stefano Baldini che di maratona è ancora campione olimpico al dottor Gabriele Rosa che quest'anno punta tutto sul «suo» keniano Martin Lel. C'è la tribù che viaggia con Terramia capitanata da Orlando Pizzolato che da queste parti ha vinto due volte e quindi è prodigo di consigli. C'è la tribù di radio Deejay che fa tutt'uno con suo «grande capo» Linus dal viaggio, agli allenamenti alle cene. E c'è chi fa gruppo per una causa «giusta»: Milano runnig road show raccoglie fondi per aiutare i bimbi cardiopatici. Con loro c'è Camillo che viene da Baggio e va veloce, c'è Teo Teocoli che proverà a correre per qualche chilometro, c'è il deputato azzurro Maurizio Lupi che di queste gare è un veterano e c'è anche l'assessore milanese allo sport Giovanni Terzi: è alla sua prima maratona e non solo per il freddo. Con Genny di Napoli proverà a finirla in cinque ore esatte facendosi coraggio miglio dopo miglio sulle le note di «prisencolinensinainciusol» di Celentano sparate dall iPod. Già l'iPod. Qui ormai gli americani che corrono lo mettono dappertutto: in un chip nella suola delle scarpe, infilato in una fascia sotto un braccio o nella cintola tra borracce e integratori. Per chi corre il paradiso non è solo Central park.
«MARATON-SHOPPING»
Due passi nelle vie di Manhattan per scoprire che una maratona nella patria della tecnologia può anche essere non solo sofferenza. Così davanti agli store di elettronica, le tribù italiane fanno una pausa: guardano, entrano, contrattano e qualche volta si fanno fregare. Si perché con pochi dollari si possono in teoria comprare meraviglie. Ma non sempre va così quando «gira» male e di decide che no, magari e meglio non acquistare, anche gli ospitalissimi americani diventano un po' meno «friendly» . Ma vanno capiti, perché come si dice da queste parti «business è business».