"Io, ex cervello in fuga, tifo Gelmini"

Ricercatrice, sposata, tre figli, per otto anni ha lavorato negli Usa.
Ora è tornata in Italia: "Lì fare ricerca è un piacere. Conta la
meritocrazia. Per questo sono d’accordo con la riforma del ministro"

«Con i risultati scientifici raggiunti e le mie pubblicazioni, negli Usa ora sarei professore universitario. In Italia, invece, non ho un posto fisso e continuo a fare la ricercatrice solo perché ho uno studio e con i miei pazienti faccio quadrare i conti. Altrimenti avrei mollato da tanto tempo. Qui, purtroppo, la meritocrazia è una parola ancora sconosciuta».

Silvia Migliaccio è un medico, sposata con tre figli. Si occupa di osteoporosi e di malattie metaboliche dell’osso e su questa delicata materia fa ricerca a La Sapienza di Roma. Che ha accolto il suo «figliol prodigo» con un contratto di collaborazione di 900 euro netti al mese.

Dottoressa Migliaccio ma lei non rimpiange gli Usa?

«Da un punto lavorativo sì. In quel paese fare ricerca è un piacere. Si lavora benissimo, ci sono i fondi, è organizzato tutto perché si produca il meglio. Ed è per questo che, dopo aver vinto una borsa di studio, sono rimasta per altri otto anni».

Perché è rientrata?

«Per mio marito. E anche per accettare una sfida e realizzare un’aspirazione: fare ricerca in Italia, nonostante tutto».

Con che cosa si è scontrata?
«Con un sistema diverso e patologico. Talvolta i concorsi non vanno come dovrebbero andare. E alcuni ricercatori non producono quanto e come dovrebbero».

Perché scarseggia la produttività?

«Non ci sono controlli sul lavoro svolto. Quando uno diventa ricercatore e ha il posto fisso non viene più messo in discussione. E qualche pubblicazione si rimedia sempre, ma bisogna vedere da chi sono state scritte e come».

E negli Stati Uniti non è così?

«Avviene esattamente il contrario. Le università controllano ogni 5 anni il lavoro svolto da uno ricercatore e le sue pubblicazioni vengono analizzate attentamente. Insomma si verificano i risultati. Se non ci sono, tagliano i fondi, se invece un ricercatore produce, continua ad essere sostenuto».

E in Italia chi controlla i ricercatori?
«A quanto ne so nessuno, invece andrebbe introdotta la seguente formula: se un ricercatore produce, va premiato, se non produce si deve ridimensionare. Insomma non ci si può adagiare, perché poter essere messi in discussione è stimolante».

Dunque lei concorda con quanto sostiene il ministro Gelmini a proposito di meritocrazia?

«Praticamente sì, sia per quanto riguarda i rami secchi da sfoltire, sia per l’introduzione della meritocrazia in stile americano. Qui, una volta che uno ha il posto, ha il posto».

E si siede, dimenticandosi pure di fare pubblicazioni?
«Intendiamoci, anche in Italia ci sono ricercatori che fanno altissima ricerca ma questo sistema è di fondo malato, ci sono pochi controlli, ci sono ricercatori poco produttivi. In compenso il sistema disincentiva i giovani più bravi che spesso o mollano tutto o se ne vanno all’estero».

Si stufano perché non li pagano?
«Niente soldi e niente collocazione. Dopo che ha preso una borsa di studio non puoi più prenderne un’altra e chi non ha il posto fisso resta fuori».

Ma lei come mai non ha il posto fisso?

«Avevo un assegno di ricercatrice ma è terminato ed è tutto finito. L’anno scorso ho lavorato gratuitamente in università perché non c’erano fondi e quest’anno mi hanno offerto una collaborazione».

Pagata?

«Mille euro su cui ci pago le tasse».

E come vive?
«Con il mio lavoro di studio. Altrimenti la mia attività di ricercatrice l’avrei terminata o avrei dovuto emigrare un’altra volta».

Non si sente discriminata?
«Mi ritengo fortunata. Mi apprezzano al livello internazionale, sono nel consiglio direttivo della Società italiana di osteoporosi e mi chiamano ad ogni congresso specialistico per le mie relazioni. Sono considerata un’opinion leader, come si direbbe in America. Questo mi basta».