«Io, ex guardasigilli beffato dalla giustizia»

La sentenza gli dà ragione, ma resta lì. In un cassetto. Ed è lo stesso giudice a consigliare all’ex guardasigilli Roberto Castelli di farla eseguire a sue spese. Poi, si vedrà come recuperare i soldi. «Non sapevo che il nostro sistema funzionasse così», spiega sconsolato l’ex ministro della Giustizia. Impotente davanti alle barricate alzate dall’Unità. La vittoria è virtuale.
Capita che il quotidiano, allora diretto da Furio Colombo e oggi da Concita De Gregorio, pubblichi il 18 marzo 2003 un articolo assai ghiotto. Si ipotizza che lo spensierato Castelli porti a sbafo amici e parenti in Sardegna, sulla spiaggia di Is Arenas. Peccato che la notizia traballi. Non sta in piedi. È falsa. Può essere un incidente di percorso, diventa una guerra. Castelli, infuriato, querela, giusto tre anni fa il tribunale di Roma riconosce che ha ragione. L’Unità viene condannata. Attenzione. Il magistrato non assegna neanche un euro a Castelli, ma stabilisce che sarà risarcito con la pubblicità: la sentenza che gli restituisce l’onorabilità dovrà essere pubblicata non una ma tre volte. Su Unità, Corriere della sera, La Repubblica.
Semplice, no? Non proprio, perché L’Unità le prova, tutte, ma proprie tutte per bloccare il verdetto. Anzitutto, chiede quella che tecnicamente si chiama la sospensione dell’esecutività. Ovvero, parcheggiare nel freezer la sentenza fino ad una successiva pronuncia. Un po’ come è accaduto recentemente per il Lodo Mondadori: per ora la Fininvest non deve dare alla Cir di Carlo De Benedetti i 750 milioni di euro stabiliti dal giudice Raimondo Mesiano. Ma a Roma le cose vanno diversamente. Anzi, la corte d’appello specifica che «la pubblicazione della sentenza non sembra comportare un ingiustificato aggravio per il condannato, atteso che, per la nota autorevolezza de L’Unità, deve presumersi che la falsa notizia si sia diffusa come attendibile oltre la cerchia dei suoi lettori».
Niente da fare. L’Unità gioca allora la carta del ricorso d’ urgenza, ma anche questa volta il giudice respinge la domanda. Che fare? Pubblicare finalmente la verità che attende, addormentata, da anni? Neanche per idea. Si prova a percorrere un altro sentiero stretto: quello dell’errore materiale. Il magistrato si sarebbe sbagliato. Non dev’essere pubblicato tutto il verdetto, ma solo un estratto. Non funziona.
È invece il senatore della Lega, oggi viceministro della Infrastrutture, a uscire vittorioso dall’ennesima battaglia. Si rivolge al giudice dell’esecuzione perché il provvedimento sia finalmente applicato. Sorpresa: Castelli, assistito dall’avvocato Emanuele Squarcia, vince anche questo round, ma sempre e solo sulla carta. Perché alla fine il magistrato suggerisce al senatore di anticipare le somme necessarie alla pubblicazione, evidentemente solo su Repubblica e Corriere, del verdetto. Sarà poi l’ufficiale giudiziario a recuperare i soldi, bussando alla porta de L’Unità con un decreto ingiuntivo fra le mani.
Sono passati tre anni dalla vittoria in tribunale, sei dall’inizio della causa. L’onorabilità deve ancora essere restituita, la sentenza è lettera morta. E per sbloccarla, Castelli dovrebbe mettere mani al portafogli. Paradossale. Anzi, imbarazzante. Come certe grida manzoniane. E l’ingegner Castelli trae la sua conclusione: «La giustizia mi ha beffato».