«Io, figlio di Anthony Perkins, canto mia madre morta l’11/9»

I miei brani sono nati dopo la perdita di mamma, che era a bordo dell’aereo che si schiantò sulle Torri Gemelle

I due mostri alati s’infilano come il burro in quelle torri ignare che si specchiano nel cielo. 11 settembre 2001, un dramma epocale, uno shock per il 25enne Elvis Perkins, che in quello schianto perde la mamma, la fotografa di Life e Vogue Berry Berenson, a bordo dell’aereo che si schiantò per primo contro la Torre Nord. Lui, Elvis, è un giovane cantautore di nobile schiatta che conosce da vicino il dolore. Nel ’92 ha già perso il papà, guarda caso il 12 settembre, lo spettrale Anthony Perkins (mitico Norman Bates in Psycho di Hitchcock), consumato dagli stravizi e dall’Aids.
Una storia strappalacrime, un destino di cupa infelicità che Elvis ha spazzato via con le sue canzoni. Da molti anni fa il cantautore, ma solo dopo la scomparsa della mamma ha trovato la forza di mettere in parole e musica i suoi sentimenti, di affidarli ad un cd e al giudizio del pubblico. L’album, un affascinante cocktail di suoni di matrice folk, si intitola Ash Wednesday (mercoledì delle cenerei), in America è già un caso e qualcosa di più (il brano While You Were Sleeping è nella colonna sonora del serial O. C. e altri pezzi nel film Fast Food Nation) e in Italia, dove esce in questi giorni, è oggetto di culto. «Non sono una persona triste - racconta Elvis - ma naturalmente le mie canzoni riflettono le mie esperienze, e non ho avuto una vita esattamente felice. Credo che le mie canzoni siano l’onesta rappresentazione di ciò che mi è successo». Il disco infatti è molto intimo, acustico, dignitosamente tenero e mai triste, anzi a tratti vivace e ruspante come nell’incedere un po’ rock un po’ bandistico di May Day. «Quel maledetto 11 settembre era un martedì, così ho intitolato l’album “Mercoledì delle ceneri” perché il giorno dopo mi sono sentito davvero solo. Potevo reagire in due modi: lasciarmi andare oppure cercare di andare avanti, perpetuare il suo ricordo attraverso la mia arte senza aver paura degli altri». Lui racconta storie intime e vissute. «In Emiles Vietnam In the Sky c’è la frase “sai dove si va quando si muore?”, presa da una conversazione avuta con mamma pochi giorni prima dello schianto», e anche i suoi sfoghi sono controllati: «anch’io ce l’ho col governo perché in America c’è troppa gente che piange».
Forse è il celebre papà che gli ha dato in dono tutta questa forza. «Avevo 16 anni quando se ne andò e quindi il ricordo è molto meno vivido; era un antistar anche se frequentava tanti personaggi famosi. Tra questi mi colpì Sophia Loren, una donna meravigliosa. Lui mi ha insegnato a essere leale e coraggioso, non ho mai avuto rivalità con lui; non sento il peso della sua popolarità, nemmeno da bambino, anche se a scuola mi chiamavano “il figlio di Norman Bates”. Lui mi ha insegnato ad amare la musica degli anni Sessanta e Settanta». Ma non ci dica che il nome Elvis viene da quell’Elvis... «No, anzi, è una storpiatura americana di Alvise; si perché i parenti di mia madre erano italiani. Sono pronipote di Elsa Schiaparelli, una delle prime stiliste, nipote dell’attrice Marisa Berenson e della Marchesa Cacciapuoti di Giugliano, quindi ho un po’ di sangue italiano».
Elvis dà l’impressione di essere uno di quelli che potrebbe godersi la vita anzichè portare la croce... «Allo studio ho sempre preferito la musica. Alle comodità i viaggi e l’avventura. Ho vissuto a Los Angeles, New York, in Nuovo Messico, sono stato a parigi. Ho incontrato mia nonna solo per spiegarle che sono un musicista e credo in ciò che faccio. Ho iniziato a suonare al liceo, ho debuttato in piccoli bar, posti oscuri chiamati “notti a microfono aperto”; chiunque può salire sul palco e cantare le sue canzoni. È un ottima scuola, devi convincere gente giovane e preparata ad ascoltarti anzichè bere o chiacchierare con le ragazze».
Talento e destino hanno così creato il personaggio, la voce laconicamente intensa che cova sotto le ceneri del fraseggio ora pigro ora tagliente della chitarra, i testi spogli, maturi e al tempo stesso un poco ingenui e, non ultimo, un gruppo di amici musicisti che colorano alcuni brani (come The Night & the Liquor e Sleep Sandwich) con violino, banjo, harmonium, tromba. Da un lato è un alfiere - con l’amico Willy Mason - della nuova musica acustica, dall’altro rivendica con forza il legame con la tradizione. Qualcuno lo definisce il nuovo Nick Drake. «Forse perché anch’io amo stare solo con me stesso e cullare i miei pensieri. Nel mio cuore ci sono tanti artisti, che mi hanno influenzato a vari livelli, dai Beatles ai Doors, da Cat Stevens a Simon & Garfunkel passando per la Bossa nova».
E allora Elvis Perkins come si definisce? «Non mi piace la definizione cantautore perché mi ricorda gli inizi, la faticosa ricerca della mia strada. Sono un musicista che cerca di fare cose fresche e nuove partendo dai ricordi. Le tragedie sono deleterie quando creano confusione dentro, invece sono preziose quando aiutano a capire la vita. Questo è il grande insegnamento che mi hanno lasciato mamma e papà: coltivare l’anima attraverso la musica e cercare di essere il miglior uomo possibile. In ogni cosa brutta c’è un lato positivo». Tra poco più di un mese, il 24 ottobre, terrà il suo unico concerto italiano al Musicdrome di Milano, un’occasione per «assaggiare» il suo repertorio «perché, nonostante tutto, il concerto dal vivo per me è come una messa».