"Io, finta psicologa a caccia di veri sentimenti"

L'attrice in scena a Roma nel thriller "Il metodo", tra cronaca e ironia

Una vita per amore del teatro... Non c'è altro modo per definire Fiorella Rubino: ha debuttato nel 1992 con Giorgio Albertazzi e ha poi inanellato una serie di spettacoli di qualità tra cui la provocatoria rilettura della storia di Nerone, ideata e scritta da Edoardo Sylos Labini su un testo di Massimo Fini , in cui interpreta una Agrippina tutta d'oro vestita. La Rubino torna sul palcoscenico stasera, alla Sala Umberto di Roma (fino al 18 ottobre per poi arrivare al Teatro Manzoni di Milano il 5 maggio dell'anno prossimo) con lo spettacolo Il metodo, insieme a Giorgio Pasotti, Antonello Fassari e Gigio Alberti per la regia di Lorenzo Lavia.

Fiorella Rubino, ci racconti questo nuovo spettacolo.

«È tratto da un'opera del catalano Jordi Galceran e trae spunto da un fatto vero. In realtà è un thriller psicologico venato di ironia, a volte surreale. Abbiamo debuttato quest'estate al Festival di Napoli e il pubblico, nonostante la tensione della storia, si è divertito».

Una trama complessa dunque?

«Come dicevo prende spunto dalla realtà, ovvero dal metodo Gronholm, quella serie di testi attitudinali utilizzati dalle aziende per la selezione dei manager. In scena ci sono quattro personaggi, chiusi in una sala riunione, pronti all'ultimo colloquio per diventare top manager. Riceveranno delle buste per cui dovranno sottoporsi a prove di tutti i generi, anche surreali e divertenti... Uno solo di loro però è il candidato, gli altri sono tre psicologi dell'azienda travestiti. E alla fine il candidato sarà scartato perché troppo poco cinico e troppo umano».

Lei che ruolo interpreta?

«Io sono Mercedes Degas, unica donna e psicologa, quindi finta aspirante al ruolo di top manager. È uno spettacolo che vuol far riflettere sulle proprie emozioni: è meglio mostrarle o reprimerle? Nella storia si cerca un personaggio senza emozioni, infatti in una frase illuminante uno degli psicologi dice: “Non vogliamo un brav'uomo che sembri un figlio di puttana, ma un figlio di puttana che sembri un brav'uomo”».

Cos'è per lei il teatro?

«Una ragione di vita. Una passione, se la provi è impossibile farne a meno. Amo il teatro classico ma il contemporaneo mi appartiene perché mette in scena cose che fanno riflettere la gente. Per me è la forma d'arte che ti avvicina di più al pubblico, insieme alla musica, purtroppo con la crisi molte compagnie fanno fatica ad andare avanti. Speriamo nel lavoro che ha fatto in questo periodo il ministro Dario Franceschini».

Cosa ne pensa?

«Erano sessant'anni che nessuno metteva mano a questa materia. Mi sembra che il ministro dei Beni culturali abbia fatto un buon lavoro. Ora bisogna vedere come lo attuerà».

Progetti?

«Portare in giro questo spettacolo e a gennaio tornare con Nerone al Teatro Quirino di Roma».