Io, finto Presidente, misi Scalfari sull’attenti

Per un lungo periodo ho temuto che un giorno sulla mia tomba si potesse scrivere soltanto: «Imitò Pertini». Invece da allora ne ho combinate altre, sicché il rischio è ridotto. Torno a casa dal Senato e trovo un messaggio del Giornale: il direttore ti chiede di scrivere la tua avventura di imitatore. E perché? Perché a Parigi un tuo collega è diventato una star facendo le voci di Chirac, Mitterrand e tutti i grandi di Francia, mentre guida la metropolitana. Vorrebbe che tu raccontassi la tua carriera di imitatore. L’idea è sciagurata, dunque la accetto. L’ultima volta che ho fatto un’imitazione in pubblico fu da Vespa, chiamato per commentare lo spettacolo di Celentano. L’indice d’ascolto schizzò più su di quello di Celentano. Mastella rideva molto. Il fatto è che la gente pensa che fare l’imitatore sia una attività buffa, ludica mentre invece, almeno nel mio caso, è una maledizione. Mi sono fatto quasi più nemici che con la politica e vivo sotto scorta, penso, anche per questo. Posso dire che non ho mai imitato i miei soggetti riproducendone banalmente la voce, ma reinventandone la personalità, spremendone la follia.
La mia impresa più nota e gloriosa fu quella della mia partecipazione telefonica a Quelli della notte di Arbore, quando mi intromisi nell’ultima puntata per fare gli auguri con la voce di Pertini: «Anch’io, quand’ero in Francia, nevéro, mi facevo un cappello con il “Canard Enchainé” e da lì ho imparato ad apprezzare il rapporto fra umorismo e Resistenza». Maurizio Ferrini, che faceva il comunista romagnolo «non capisco, ma mi adeguo», salutava con il pugno chiuso e fu un trionfo. Pertini, sia detto in tutta sincerità, lo amavo meno del resto degli italiani: ho conosciuto la sua vanità, la sua mania di protagonismo avendolo seguito molto, anche quando si tuffava nella scollatura della regina Sofia a Siviglia.
Un altro mio personaggio amatissimo, portato a punte di surrealismo iperreale, è Eugenio Scalfari, che conosco come le mie tasche e che si distingue nello: Scalfari da campagna agreste e Scalfari da campagna politica. Quello agreste è piacevole e divertente. Quello da campagna politica è un trombone enfatico e insopportabile. La sua frase preferita: «Sei nel cono d’ombra...». Con la sua voce ho licenziato per telefono molti redattori di Repubblica insopportabili e specialmente un caporedattore più insopportabile di tutti. Ma il massimo del piacere era riciclare in modo alterato e forsennato a due voci la prima telefonata del presidente Pertini a Scalfari, il quale aveva messo in viva voce l’evento, secondo soltanto a quello immaginario del barone di Rondò con Napoleone, nel Barone rampante di Italo Calvino.
Il centralino del Quirinale introdusse Pertini e dopo un fruscio si udì la sua voce che imprecava. Eugenio, rispettosissimo, mormorò con voce roca: «Presidente».
«Eugenio!!», strillò Pertini: «Ho letto stamattina il tuo articolo di fondo ai giovani di Diano Marina che sono venuti a trovarmi: sono d’accordo su tutto!!». Scalfari in piedi, mormorava «Grazie, presidente, troppo buono» e intanto si picchiava la tempia con l’indice mormorando a noi presenti «l’arteria... l’arteria» perché quel giorno non era uscito alcun articolo di fondo.
Pertini proseguiva in un soliloquio lapidario «La resistenza, la repubblica, la democrazia, la libertà» e poi il gran finale: «Bene, Eugenio, grazie. Hai fatto benissimo a chiamarmi, puoi tornare a chiamarmi quando vuoi».
Mi ero già cimentato nel passato con Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani (Beppe Fedi era però il suo unico esegeta vocale, così come il Craxi di Maurizio Sacconi, di una competenza filologica irraggiungibile) ma più che altro in casa socialista Giacomo Mancini e Francesco De Martino.
Voglio chiarire: non ho mai fatto «scherzi», con gli impersonamenti (come chiamarli altrimenti?), ma spettacoli satirici dal vivo e senza fili. L’apoteosi fu quando organizzammo una serata diabolica a casa di Giovanni Minoli con Ezio Mauro (attuale direttore di Repubblica: aveva l’agendina con tutti i numeri di telefono, anche quello della zia del giardiniere di Andreotti) e altri sconsiderati che non voglio ora trascinare nel fango. Si doveva in quei giorni, come ogni anno, rinnovare o bocciare il contratto di Enzo Biagi alla Rai. Con la voce di Pertini nel cuore della notte chiamai tutti i politici del tempo, Flaminio Piccoli, Bubbico e tutti i membri del consiglio d’amministrazione. Il giovane Bernabei, valoroso scienziato, simulava il centralinista del Quirinale: «Le passo il Presidente della Repubblica». Avevamo fatto una prova con Gianni Minà, svegliandolo alle due di notte, che si era bevuto tutto, compreso l’invito di Pertini: «Disegnami una mappa del Sudamerica, Gianni, domani vado lì». E salomonicamente, ad uno dicevo: «Bisogna fare questo contratto a Biagi, sai quanto ci tengo, è un vecchio socialista». Oppure: «Devi assolutamente cacciare Biagi, tu sai quanto non lo sopporto». Ad ognuno facevo un invito del tutto insensato: «E poi domattina ti aspetto a pranzo da me al Quirinale, al secondo piano (che non esiste)», concludendo con una demenzialità assoluta: «Non temere di perderti, nevéro, perché ti lascerò un passi nella garitta». Non uno si fece venire un sospetto, tutti mangiarono esca amo e lenza e il giorno dopo un corteo di macchine nere si avviò al Quirinale per scaricare gli invitati che cercavano la garitta con l’invito.
Far cadere un governo o metterlo in crisi con le voci dei suoi membri fu un esercizio utile e anche benemerito, ma di questo non posso né voglio parlare, perché mi trincero dietro il segreto di Stato, il mio. A Repubblica avevo il privilegio di udire in diretta, e sempre in amplifono, le conversazioni politiche di Scalfari che amava renderci partecipi.
Fu così che imparai a conoscerli bene, a cogliere le loro follie e ambizioni. Non chiedetemi chi ho imitato, perché li ho fatti tutti. Un giorno Scalfari mi mandò a chiamare: «Mi dicono che nei salotti romani tu, con la mia voce, mandi affanculo le persone». Era vero solo in parte: la sera prima a cena da Minoli, quando entrarono Giuliano Ferrara e Alberto Ronchey, feci una sfuriata a Ronchey con la voce di Scalfari dicendogli che aveva scelto Repubblica e non il Corriere perché da noi c’era un garage per parcheggiare: «Tu, Alberto, sei venuto da noi per scrivere le stesse (...) che scrivevi sul Corriere, ma riadattate per il lettore di Repubblica. Invece scrivi le tue (...) allo stesso modo di come scrivevi sul Corriere. Vedi un po’ d’annà a f...». Ronchey non fu contento, ma non avevo inventato nulla. Storia pura. Se so imitare Berlusconi? Sì, perfettamente, meglio di tutti i comici. Ma soltanto fra le mura domestiche, altrimenti si scade nell’inflazione.
p.guzzanti@mclink.it