«Io Geronzi, banchiere, non sono Belzebù»

nostro inviato a Firenze

Vedere da vicino Cesare Geronzi che concede un’intervista pubblica, di fronte a 300 persone, non era pensabile fino a qualche tempo fa. Geronzi, incarnazione riservata e misteriosa del potere, non parla in pubblico. Scuola Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca che non ha mai rivolto parola ai giornalisti. E non è un caso che Geronzi sieda oggi alla presidenza della stessa Mediobanca.
Per questo l’evento di mercoledì sera al Grand Hotel di Firenze, con Geronzi che risponde alle domande del direttore della Stampa Giulio Anselmi di fronte a 250 studenti liceali ospiti dell’«Osservatorio permanente giovani-editori», con il presidente di Rcs Piergaetano Marchetti e una cinquantina tra giornalisti e altri invitati, oltre che essere storico ha segnato una svolta: quella di un «potere forte» che si smitizza e prende forme umane; quella di un banchiere che esce dall’ombra e si mette al centro della scena. E lo fa all’alba di una stagione politica e istituzionale nuova, appena iniziata sotto l’egida di una premiership di governo, quella di Silvio Berlusconi, più forte che mai. E Geronzi è considerato, a torto o a ragione, tra tutti i grandi banchieri quello che ha tenuto nel tempo il rapporto più stretto con il Cavaliere. Così da potersi proporre oggi come l’interlocutore più fidato di un governo che, interpretando gli umori dell’opinione pubblica, prende di mira (insieme ai petrolieri) proprio le banche.
Anche per questo nella vicenda-emblema del momento, cioè Alitalia, Geronzi annuncia la disponibilità di Mediobanca: «Siamo fuori, ma aspettiamo il disegno di Tremonti. Noi facciamo parte del sistema». Mentre promuove il ministro dell’Economia: «Fa bene ad eliminare le discrasie sui prezzi del petrolio».
Però «non sono Belzebù». Così risponde alla domanda cattiva sulle sue frequentazioni storiche con la politica. E in particolare con Giulio Andreotti, il Belzebù della Dc del secolo scorso. «È un’immagine che non merito, ma sì, ho incontrato la politica». Tuttavia non è una colpa, dice Geronzi, perché da «atti e uomini politici straordinari», come Amato, Ciampi o Andreatta «sono nate le riforme che hanno disboscato la foresta pietrificata delle banche italiane». Fino a far nascere il sistema attuale, «un pilastro su cui contare per lo sviluppo e l’intrapresa» di questo Paese. «Non dimentichi - dice all’intervistatore, ma rivolgendosi a tutti i critici, vicini e lontani - che prima di essere fuse la Cassa di Roma e il Banco di Santo Spirito venivano ricapitalizzate un anno una, un anno l’altra». Erano banche dell’Iri «e allora l’Iri, piaccia o no, era la politica. E non dimentichi la Molisana, la Mediterranea, la Bna. E la Bipop, qualcosa di grave che noi abbiamo salvato».
Fino a Capitalia. E fino alla fusione con Unicredit, oggi terza banca europea. E i rinvii a giudizio avuti soprattutto nel caso Parmalat? «Se noi vivessimo in un paese nel quale le responsabilità si accompagnano alle funzioni e alle deleghe che vengono utilizzate, le mie vicende giudiziarie non esisterebbero».
Comunque nell’opinione pubblica l’immagine delle banche è compromessa. Come mai? «Il sistema non ha capito che la conservazione della clientela è un valore. E che la commissione di massimo scoperto è insostenibile. Nel rapporto con i clienti le banche si sono distratte: la colpa è nostra». Distratti dalle alte retribuzioni? - lo incalza il giornalista -: «Ha ragione - lo spiazza il banchiere, a suo completo agio di fronte alla platea - concordo. Ma mi ritengo esente, non ho mai avuto stock option. Che nulla hanno a che vedere con una liquidazione per 25 anni di lavoro. Gli alti stipendi dei manager, sono il frutto di un portato degli Usa, da cui importiamo solo quello che ci conviene».
Ma Geronzi è soprattutto il baricentro degli equilibri bancari e finanziari del Paese, e nella filiera che da Mediobanca porta a Generali, Rcs, Telecom. Un potere spartito con Intesa Sanpaolo e con il suo presidente Giovanni Bazoli. Un duello in atto? «Niente di più inverosimile - risponde scherzosamente indignato -. «Abbiamo avuto valutazioni diverse: Bazoli riteneva che Unicredit (dopo la fusione con Capitalia, ndr) avesse assunto lo strapotere su Mediobanca e quindi su tutta la filiera». Ma poi, con i «fatti, ha verificato la mia indipendenza e l’assoluta non volontà dell’ad Unicredit di attuare prevaricazioni». Sulla crisi di Telecom Geronzi non nasconde che «effettivamente ci sono state situazioni anomale, non incidentali, che hanno creato problemi all’azienda». Ma Tronchetti non c’entra: «Ho un grande apprezzamento per lui». Ora però tocca a Bernabè, e al nuovo cda, a cui va tutta la fiducia di Geronzi: «Non ho che aspettative positive».