Io, giornalista nel recinto a difesa del mio piatto di pasta

Nella Prima Repubblica i cronisti andavano a caccia di scoop e di volti da raccontare, oggi sono emarginati e guardati a vista. All’ora di pranzo la sala stampa è invasa dai delegati a caccia di microfoni

RomaÈ incredibile, ma al secondo giorno di congresso il blocco resiste ancora. Senza crepe né cedimenti, relegando i giornalisti in quel recinto giallo da appestati in quarantena. Negli altri congressi, di prima e di seconda Repubblica, la rigidità del servizio d’ordine ha sempre resistito poco, la perseveranza e l’inventiva dei cronisti a caccia di delegati e sotto palco vip, allargano le maglie, la spuntano e liberano le acque. Al congresso di An, forse essendo l’ultimo, era addirittura consentita la libera circolazione ovunque, da subito. Qui no, ogni tentativo risulta vano, i guardiani ai varchi di passaggio sono inflessibili, non si passa. C’è scappato anche qualche spintone, un paio di gomitate e parole pesanti. Ma l’ordine è tassativo, almeno sinora. Chi ha paura dei giornalisti?
Tocca dunque star lì, sonnecchiando su quei tavoli allineati nei trecento metri quadrati circoscritti all’angolo laggiù in fondo. Fosse almeno uno spazio rialzato... Ma pure Giampaolo Pansa col suo celebre binocolino da teatro che sfoderava per studiare le facce dei comprimari - signora mia, non son più i congressi di una volta - non saprebbe che fare. Da qui, si vede solo il megaschermo, e su quello soltanto l’oratore di turno. In compenso sei guardato e scrutato con invidia e curiosità da ospiti e invitati di basso rango, militanti e parenti dei delegati, compressi dalla calca sulle transenne gialle del recinto. Prima o poi, finiranno col lanciarci le noccioline...
Meglio riparare al di là del piazzale, nel padiglione 6 allestito a sala stampa, dove si vedono gli stessi schermi ma si può parlare, passeggiare, distrarsi. All’improvviso s’intrufola un piccoletto col frac rosso che si spaccia per comico, sale sul palchetto destinato alle conferenze stampa - mai vista ancora una -, snocciola un pistolotto triste e incomprensibile, e se ne va. Pare lo mandi RedTv. Povero D’Alema... Ma a dimostrazione che il blocco danneggia anche i politici, eccoli venire in processione qui, almeno i colonnelli e i capitani, sperando di incrociare una telecamera o un taccuino amico.
Bizzarramente, però, il blocco funziona a senso unico, perché nella sala stampa che brilla di computer portatili e dovrebbe esser riservata a chi lavora, entra chi vuole e senza alcun controllo. Passanti, delegati, anche onorevoli. All’ora del buffet - gentilmente offerto dall’organizzazione del Pdl - arriva la valanga, e una mandria di bisonti affamati si scatena all’arrembaggio. I giornalisti no, perché perversamente la tavola è imbandita proprio nelle ore di chiusura delle pagine e dei servizi televisivi. La prima sera è stato uno spettacolo divertente, ma ieri a pranzo il quarto potere s’è infuriato davanti a quello sciame di cavallette che sbucava da ogni parte, senza che neanche l’altoparlante s’accendesse più ad implorare ordine e rispetto. «Quel piatto di pastasciutta è mio!», s’è udito gridare un cronista esasperato ad un delegato. «Basta, lasciateci lavorare!», intimavano inutilmente agli imbucati, anche noti, che roteavano le braccia come la dea Kalì tra pasticci, crocchette e timballi. Alle tre del pomeriggio non era rimasto più niente, nemmeno una briciola o un mezzo bicchiere. Eran scomparsi anche i camerieri. E qualche operatore dell’informazione è partito alla ricerca di acqua e vettovaglie - la nuova Fiera di Roma si erge in piena e vuota campagna, lontana dalla città e dal mare - frugando nei depositi incustoditi. Altro che Renzo e l’assalto ai forni. Son miserie ovviamente, divertenti. Oggi però, almeno noi veniamo con la schiscetta.
I più distratti e meno presenti risultano, però, tanti giornalisti Rai. Sembrano con la testa altrove, confabulano tra loro, son sempre al cellulare e s’indovina che parlano di nomine, avvicendamenti, promozioni e conduzioni. Se li vedi solcare la sala stampa impettiti e sorridenti, vuol dire che hanno avuto buone notizie. Mezz’ora dopo, però, si trascinano curvi e mesti. Sapete chi è il giornalista più ricercato e vezzeggiato di questo congresso? Si chiama Federico Garimberti, giovane cronista Ansa, di quelli che sgranano marciapiedi e consumano scarpe. È sconosciuto ai più, ma ha dovuto spegnere il telefonino. Perché è figlio di Paolo, fresco presidente Rai. «Non immagini quanti m’hanno cercato», sorride Federico. Potete giurarci, in maggioranza colleghi Rai. Signore, quando concederai loro di sgomitare sotto il palco?