«Io ho detto no solo all’accanimento terapeutico»

No all’eutanasia nel senso di far morire il paziente, sì che i medici, una volta tentato «proprio tutto», se non resta che il prolungamento artificiale della vita, si arrendano e lascino che la vita faccia il suo corso. È la posizione che don Luigi Maria Verzè, presidente dell’Istituto San Raffaele, ha chiarito ieri all’Ansa, dopo il clamore suscitato dall’intervista al Corriere della Sera, dal titolo «Staccai la spina per far morire un amico». Le sue dichiarazioni hanno comunque suscitato polemiche. Per il presidente della Consulta etico-religiosa di An Riccardo Pedrizzi, le sue parole «possono prestarsi a equivoci, rischiano di continuare ad alimentare la confusione tra il dovere di rifiutare l’eutanasia e l’abbandono terapeutico e quello di rinunciare all’accanimento». Diversa la posizione di Fabio Mussi, ministro per l’Università e la Ricerca: «Sono rimasto colpito positivamente dall’intervista perché è intrisa di umanità e getta un ponte verso altre culture».