«Io ho salvato quel medico ebreo»

Parla il marò, citato nel libro di Pansa, che nel ’44 compì la missione impossibile

Maria Vittoria Cascino

«Pansa stava parlando di me ne I figli dell'aquila. Nessun nome. Solo la storia di un medico ebreo portato in salvo da Alessandria a Genova. Tutto mi è tornato agli occhi, come allora. Ho alzato la cornetta e l'ho chiamato». La voce di Libero Como è limpida e robusta a dispetto degli ottantadue anni da fare. A giugno. È lui il marò della Divisione Fanteria di Marina San Marco designato per una missione che nel 1944 era carta vetrata. Salvare un ebreo. Una storia che trasgredisce la storia, che Como prima di raccontarla l'accerchia con la sua vita. Quella di oggi, volontario di Aido e Avis, fondatore ad Alessandria dell'Associazione Italiana Trapiantati di Fegato, stella d'oro del Coni, creatore e allenatore di squadre di Rugby. E quella di ieri, che suo padre appena nato gli diede segnata. «Venni al mondo nel giugno del '24 a Venezia. Papà, ferroviere, cellula comunista, era amico di Matteotti. Che morì pochi giorni dopo la mia nascita. Voleva chiamarmi Matteo, ma glielo impedirono. Fu così che divenni Libero».
Dalla laguna alle nebbie di Alessandria. La guerra l'aspettano lì i Como. Con un padre comunista fino al midollo, una sorella che lascia il lavoro alla Sip per motivi politici e un fratello vicino alla Cgil. «Cosa potevo fare? Se fossi andato con i partigiani li avrebbero ammazzati tutti. Allora mi arruolo. Mi spediscono a Vercelli. Da qui, in borghese, su carri bestiame, ci trasferiscono in Germania». Apre le mani Como, come se ci fossero ancora appiccicati i due fogli del suo destino. Doveva scegliere: campo di lavoro o servizio militare: «Farò il militare. Sapevo di tradire tutto quello in cui credeva mio padre, ma la politica non mi interessava. Volevo essere un soldato». L'addestramento è durissimo. Como è destinato alla San Marco, è un grigio-verde. E soprattutto è uno che a fisico non scherza. Entra nella squadra d'atletica. Corre e vince. «Mi vedevano bene anche i tedeschi». Gioca allo stadio di Berlino la partita di calcio San Marco contro SS: «Davanti a Hitler e Mussolini. Ho anche segnato». Poi il ritorno in Italia, destinazione Savona. «Mi mandano su un cucuzzolo, a Vado. Ma io volevo stare al comando di divisione, ad Altare». Ci riesce. «Qui ho conosciuto Almirante. C'erano anche quelli della X Mas». Ma soprattutto riesce a diventare l'uomo di fiducia del colonnello Beretta, Capo di Stato Maggiore della Divisione. «Dov'era lui, ero io. Un'ombra».
Era l'autunno del 1944. «Il colonnello mi parla di sua sorella. Aveva sposato un medico ebreo, Guido Artom. Silenzio. Mi parla negli occhi. È chiaro che dobbiamo aiutarlo». Beretta lo manda a Filippina, vicino a Lobbi, provincia di Alessandria. È con altri marò armati. Devono prelevare Artom, ricercato in quanto ebreo dalla polizia tedesca, e portarlo a Genova. Gli fanno indossare una divisa da ufficiale della San Marco procurata dal colonnello. Un modo per superare i posti di blocco da lì fino a Genova. Destinazione Piazza De Ferrari. L'operazione riuscì: il medico trovò chi l'attendeva e Como tornò alla Divisione. Per poco. Perché Artom viene scoperto nel suo rifugio di Quarto. Lo arrestano due uomini della Gestapo. «La faccenda si complica, ma il medico cerca di corromperli offrendo molto denaro. Riesce così ad ottenere una sospensione dell'arresto che gli consente di contattare Beretta. Il colonnello consiglia Artom di consegnare il denaro in due volte. Noi li avremmo aspettati a quella certa locanda per l'ultimo scambio». Beretta si precipitò a Genova con Como e altri due marò. «Li abbiamo beccati sul fatto, mentre prendevano i soldi da Artom. Il colonnello costrinse i due agenti a consegnarglielo minacciandoli di denuncia per avere accettato soldi. Gli puntai addosso il mitra e questi se la diedero a gambe».
Artom torna con loro al comando di Divisione. E anche questa volta per poco. Il trimestrale dell'Associazione San Marco, luglio 2004, riporta quanto il generale Farina annotò sul diario quel 6 dicembre, quando cercò inutilmente il suo capo di Stato Maggiore. Che gli dissero essersi allontanato in fretta dopo una telefonata. «Quando verso le sette del mattino entro al Comando - scrive Farina il 7 dicembre - Beretta mi aspetta. È in uno stato di tensione mai visto in lui. Non accenna al suo improvviso allontanamento di ieri, mi dice solo che preavvertito che le SS stavano per arrestare suo cognato perché israelita… era corso a portarlo via». Artom era ad Altare, «contiamo di tenerlo all'ospedale, è un bravo medico - racconta Como - ma la copertura non regge. Il 12 dicembre il colonnello viene rimosso dall'incarico e il 13 Artom finisce a Marassi. Per fortuna il tempo guadagnato ne impedì il trasferimento nei campi in Germania».
Una storia che rigalleggia per caso, tra le pagine d'un libro. Che riapre un cassetto. Che rimette in contatto dopo sessant'anni Como e Artom: «Gli ho parlato al telefono, ci siamo riconosciuti». Como non aggiunge altro. Preferisce parlarti di oggi, delle cose che a 82 anni deve ancora fare, delle persone che può ancora aiutare.