«Io, con i miei 30 voti, invidio Arbasino: ne prese 4»

Pietrangelo Buttafuoco: «Mettere l’etichetta ideologica sul mio libro è stata una mascalzonata. Piersanti non si è voluto far fotografare con me: un comportamento da quaquaraquà»

Le storie di scrittori qualche volta (spesso?) diventano storie di invidia. Dichiarata, derisa o negata, ma sempre invidia è. A margine del superCampiello (attribuito domenica scorsa alla Vedova scalza di Salvatore Niffoi) Giancarlo Marinelli, quest’anno secondo per la seconda volta, scrive l’altroieri su queste pagine una lettera aperta al «collega» di sventura Pietrangelo Buttafuoco, di cui invidia - scrive - gli epici trenta voti che gli hanno regalato l’ultimo posto (pur sempre un primato capovolto) e imputa le sconfitte all’idea imperante di letteratura imposta dalla «maggioranza beduina dei salotti italioti che contano». Ieri, a stretto giro di posta, Andrea Riello, presidente della Fondazione Campiello, risponde e attribuisce le accuse di Marinelli a ipocrisia, incapacità di competere, e di accettare un verdetto comunque «popolare». In una parola, invidia. Naturale chiedersi a questo punto che cosa provi Pietrangelo Buttafuoco, entrato con il suo Le uova del drago alla Fenice «da papa e uscito da cardinale bastonato» (la giuria dei critici gli aveva attribuito 10 voti su 12).
Invidia?
«Io ho avuto un vero sbotto di invidia. Quando ho saputo quanti voti aveva preso Arbasino in un precedente Campiello. Quattro. E io, che ne ho presi cinque più del Manzoni...».
Colpa dei salotti italioti che contano?
«Non frequento i salotti. Da giornalista, frequento i giornalisti. E ammesso che ci siano colpe da attribuire, sono di una campagna stampa ben orchestrata dal Gazzettino. Nell’incontro di presentazione dei finalisti a Jesolo, il mio libro è stato etichettato in modo indelebile. La loffia mascalzonata del Gazzettino ha spostato l’intero dibattito sul piano ideologico. Un colpo basso che ha nuociuto al mio romanzo, perché la politicizzazione nuoce a tutti i libri. Da quel momento si è messo in moto un meccanismo pavloviano di esorcismo, di caccia alle streghe. Provinciale. E paradossale. Perché non è che se tu individui il fascista, automaticamente gli altri quattro sono comunisti».
Tra Marinelli e Riello, a chi vanno i tuoi «trenta voti«?
«Non voglio inserirmi nella polemica. Posso certificare da ultimo e sconfitto (e da assente ai premi «combinati») che il Campiello resta in assoluto il più prestigioso dei premi italiani. Grande ospitalità. Ottima organizzazione. Non è certo uno Strega qualsiasi, che tuttalpiù può dare riconoscimenti alla costituzione. Manco fosse stata scritta come la Carta del Carnaro da Gabriele D’Annunzio. Grazie al Campiello ho conosciuto un grande uomo e scrittore come Niffoi, uno strepitoso polemista nel solco di Sgarbi come Marinelli, la cui difesa comunque mi onora. Ho confermato la stima nei confronti di Orengo. Giornate di assoluto divertimento e sereno confronto...».
Il ricordo peggiore della finale?
«Claudio Piersanti ha rifiutato di farsi fotografare con me. Aveva tre possibilità. La prima, da uomo: risolverla con un confronto virile. La seconda, da “uominicchio”: dire “Essendo io democratico, non voglio confondermi con te e mi ritiro dal premio”. Ha scelto la terza: quella del «quaquaraquà». E come i bambini ha detto: “Con lui la foto non la faccio”. Ha applicato la regola dell’apartheid. Si fosse trattato di un altro tipo di minoranza ci sarebbe stata la sollevazione popolare».