«Io, un italiano all’università del grande basket»

Nato a Forlimpopoli, cresciuto a Pesaro, a 20 anni punta al titolo Ncaa e alla nazionale

da Los Angeles

Le speranze della nazionale italiana per i prossimi anni nascono tra Forlimpopoli e Pesaro, ma con una momentanea deviazione molto più in là, a Los Angeles. Lì, alla University of Southern California, gioca da quasi due anni Daniel Hackett, nato nella cittadina in provincia di Forlì il 19 dicembre 1987 ma cresciuto a Pesaro, dove è diventato tifoso della Scavolini. Guardia e playmaker, alto circa due metri, Daniel è figlio di Rudy Hackett, pivot che ha giocato nel campionato italiano dal 1979 al 1988 ed ora preparatore atletico della squadra di Daniel, e Katia, bolognese di San Lazzaro: ha vissuto in Italia fino al 2002, mettendo su in maniera evidente un accento che fa abbracciare Romagna e provincia di Pesaro, poi è andato con il padre a Los Angeles, dove ha frequentato la St. John Bosco High School e dall'estate del 2006 Southern California. Ovvero, una delle grandi università sportive degli Stati Uniti.
Daniel, attaccatissimo alla madre di cui si è fatto tatuare sui polsi nome e data di nascita (particolare, quest'ultimo, di cui la signora Katia ovviamente avrebbe fatto a meno), è un giocatore dai fondamentali tecnici molto buoni, con un discreto tiro, buon trattamento di palla, buona visione di gioco, grande voglia di difendere. Che sia diventato un punto di riferimento per i compagni ed il pubblico è segnale della sua tenacia: all'arrivo al liceo Bosco aveva faticato ad inserirsi, ma quel che lo ha fatto emergere è stato il lavoro costante. «Le squadre migliori sono quelle che fanno girare la palla, quelle che, ecco, giocano all'europea, senza troppi individualismi».
Non era facile, per un motivo semplice: in estate è arrivato a USC OJ Mayo, uno dei più pubblicizzati giocatori di liceo degli ultimi anni, uno cui fu dedicato un sito Internet già nel 2002. E già il suo ingresso era stato teatrale come pochi: un giorno un tizio si era presentato senza appuntamento nell'ufficio di Tim Floyd, l'allenatore ex Chicago Bulls e New Orleans Hornets, annunciandogli che Mayo voleva giocare a USC. Floyd, consapevole che Southern California non ha la reputazione di altre università nel basket, gli aveva quasi riso in faccia poi, compreso che il tizio diceva sul serio, aveva chiesto di poter telefonare a Mayo per verificare: «OJ non dà a nessuno il suo numero di telefono. Sarà lui a contattarla». Era tutto vero: OJ, originario della parte opposta degli Usa, aveva scelto USC proprio perché priva di storia, l'avrebbe scritta lui.
L'inizio però non è stato granché: fine settembre, esce la notizia che Hackett si è distrutto la mandibola in allenamento per una gomitata di Mayo, solo ufficialmente involontaria: Mayo aveva voluto marcare il proprio territorio da superstar. Hackett ammette: «È stato un brutto episodio, ma ci siamo parlati da adulti, sono arrivate le scuse e ci siamo messi tutto alle spalle». È anche per questo che lo adorano tutti, compresi i tifosi, anche perché quest'anno Daniel ha dato prova di uno spirito indomito: il 31 gennaio, buttandosi fuori campo per recuperare un pallone, era caduto male sull'anca destra, procurandosi una fortissima botta con tanto di livido blu; un paio di settimane dopo era arrivata la notizia che si trattava addirittura di una frattura alla parte inferiore della schiena, con forti probabilità che la sua stagione fosse finita. Ed invece Daniel è tornato in campo già il 28 febbraio, giocando 25 minuti e segnando due canestri importanti in una bella vittoria esterna su Arizona che ha avvicinato i Trojans, questo il nome di battaglia della squadra, al Torneo NCAA che ora designerà la squadra campione universitaria.
Poi, l'Italia. Che nella sua vita di tutti giorni vuol dire «la mamma, che sta qui molti mesi all'anno, poi la Nutella che non manca mai, la Gazzetta da leggere online, gli amici con cui parlo via messenger e la "Scavo" di cui seguo la stagione via internet, perché non riesco a vedere le partite». L'estate scorsa Hackett aveva giocato con la nazionale Sperimentale, la Under 20, e quella maggiore nelle prime fasi di preparazione agli Europei, ora tornerà perché Carlo Recalcati lo considera uno dei giocatori del futuro, e a Daniel fa piacere: «In Italia abbiamo ottimi giocatori giovani, non vedo perché anche noi non dobbiamo essere quelle che sono Russia e Spagna nel panorama europeo. Anche Bargnani e Belinelli faranno bene: mi sento con tutti e due e so che per Beli è solo questione di tempo». A dire il vero papà Rudy vorrebbe che il figlio si riposasse un po' in estate, ma Daniel scuote la testa: «Ho 20 anni, non mi stanco così facilmente, non vedo l'ora di tornare a vestire la maglia azzurra». E fare un’altra scorta di Nutella.