"Io, killer della mafia, uccidevo per piacere"

Maurizio Avola, sicario del clan Santapaola, racconta i suoi 80 omicidi: "Mi sentivo come un rigorista alla finale dei mondiali, adoravo quel lavoro". "Ricordo l'uomo che mi implorò di lasciarlo vivere, ma io lo finii con tre colpi"

Milano - La prima volta, anche per un mafioso, è dura. Col tempo diventerà un killer senz'anima, ma il battesimo di sangue, quello non se lo scorderà più. Maurizio Avola, cresciuto nel perimetro violento di una Catania in balia di Cosa nostra, ricorda come un incubo la prima volta in cui la famiglia di Nitto Santapaola, il suo mito, gli chiese di uccidere un uomo: «Si chiamava Andrea Finocchiaro; la sua unica colpa era di essere vicino all'onorevole Salvo Andò, uno dei politici più in vista della Sicilia». Un uomo indifeso che non sospettava minimamente quel che gli sarebbe accaduto: sembrava facile, fu terribile.

«Iniziai a sparare, il silenziatore già inserito, ma ero teso. Con i primi due colpi lo ferii ad un fianco e ad un braccio». Lui, con un piede già nella fossa, provò a salvarsi: «Lasciami vivere: ho moglie, bambini, non faccio del male». Passarono pochi secondi. «Tre, quattro, cinque, cento, impossibile dirlo. Lui che continuava ad implorarmi, a guardarmi. Lo finii con tre colpi alla testa. E poi rimasi a fissarlo stupefatto». Qualche minuto dopo, Maurizio Avola, vomitò l'anima: «Ah, la coscienza. Che problema, eh Maurizio?», gli sussurrò Aldo, un altro picciotto. Sì, la coscienza poteva essere un problema, ma solo all'inizio: «Guarda che anche i migliori la prima volta vomitano», gli spiegò l'amico, più esperto.

È proprio così, ci racconta il killer, arrestato nel '93, oggi pentito e detenuto in un carcere del Sud (almeno fino all'anno prossimo, quando potrebbe ottenere gli arresti domiciliari). Col tempo uccidere diventò una professione, la sua, la sua specialità: Avola ha ammazzato 80 persone, una più una meno, e alla lunga ha smarrito la contabilità esatta di questo cimitero, arrivando a confondere nomi e numeri. Una storia che affiora in tutta la sua crudezza nel libro appena pubblicato da Fazi: Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone, firmato a quattro mani da Roberta Gugliotta e Gianfranco Pensavalli.

Avola ci riporta a ritroso nel tempo, a cavallo fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. E ci descrive la vita paranoica di un killer: a Catania in quel periodo si moriva per un nonnulla e spesso la famiglia Santapaola affidava l’incarico a lui. «Come sempre, prima di un omicidio o di una rapina, mi sentivo un rigorista ad una finale dei mondiali. Affrontare una giornata da killer è un'eccitazione che pochi sperimentano. In tutta onestà, io amavo quella sensazione. Le persone che mi passavano di fianco per strada mi sembravano così piccole, e non lo sapevano, mentre io ero il padrone delle loro vite».

Avola uccide piccoli mafiosi, che hanno compiuto qualche sgarro, e personaggi famosi come il giornalista Pippo Fava. Un giorno gli affidano il compito di far cadere in trappola Saro, un traditore. Per tre settimane Avola si guadagna la fiducia della futura vittima: gli prospetta la possibilità di compiere una rapina insieme. Saro abbassa la guardia e finisce nella rete: «Mi sentivo una spia... Ti fai amico un tizio e dopo un po' lo uccidi. Era lavoro». Lavoro che passava attraverso la tortura: «Prendemmo sotto le ascelle Saro e lo portammo in un'altra stanza, dove c'erano le armi, lo legammo alla sedia, cominciammo a interrogarlo per farci dire se era un confidente della polizia. «Tradire l'organizzazione... che minchia ti sei messo in testa?... Estrassi dalla pistola tutti i proiettili tranne uno, girai il tamburo e iniziai a premere il grilletto con la canna puntata alla sua testa. C'era un silenzio glaciale. Mentre ero piazzato davanti a lui e continuavo con la mia bella roulette russa, la prima a cedere fu la sua vescica. Prima gli colorò i pantaloni, poi il pavimento». Saro implora Maurizio: «Darei qualsiasi cosa per farmi perdonare. Non uccidermi, ti prego...». Il killer che la prima volta aveva esitato e vomitato l'anima, si commuove. Ma alla maniera di Cosa nostra: «Strano a dirsi, mi impietosì, e lasciai gli altri a strangolarlo. Quando lo ammazzarono mi trovavo nella stanza accanto. Il cadavere venne avvolto in una coperta e bruciato in campagna. L'auto di Saro venne poi guidata fino a Catania e consegnata ad un rottamaio per essere "tagliata"».

Questa era la Catania dei Santapaola. Con una media, all'inizio degli anni Novanta, di tre omicidi al giorno. E una ferocia cinematografica che non ammette confronti, non solo con i classici come Il padrino, ma nemmeno con le pellicole più truci: «Turi e Melo furono uccisi perché Santapaola non si fidava più di loro. Dopo essere stati strangolati furono gettati dentro un porcile. Per stimolare i maiali, i cadaveri furono tagliati all'altezza del ventre, e sul sangue i suini si avventarono, sotto lo sguardo compiaciuto dei presenti». Così si moriva e si muore nel «regno» di Cosa nostra.

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