«Io l’avevo detto: qui crolla tutto»

A Carmela trema la voce mentre racconta della notte in cui ha deciso che non sarebbe più tornata alla Casa dello studente dell’Aquila. Ma non è paura, è rabbia. «In quella palazzina ci ho vissuto per quattro anni - racconta - ma da ottobre scorso, quando sono cominciate le scosse, ho cominciato ad aver paura: dalla mia stanza, la 116, io le ho sentite tutte, una a una». E quando i tremiti del cosiddetto «sciame sismico» si sono fatti più intensi, è andata dai responsabili della casa dello studente. «Ho spiegato che nella stanza di una collega si era aperta una crepa - incalza - che a ogni scossa si ballava con quelle pareti così sottili che si sentiva distintamente cosa dicevano nelle stanze vicine. E anche che l’ala in cui stavo aveva una sola uscita, se fosse successo qualcosa avremmo fatto tutti la fine dei topi. Gliel’ho detto - esclama salendo di tono - e mi hanno risposto di stare tranquilla, che era un edificio nuovo, che non c’era nessun rischio».
Dopo le lamentele di Carmela e di alcuni altri ragazzi, sono venuti da Roma dei tecnici a fare un sopralluogo, anche perché la Casa dello studente era stata sottoposta a lavori di ristrutturazione terminati un paio d’anni fa. Cosa abbiano detto quei tecnici non è dato saperlo, ma i ragazzi che si lamentavano sarebbero stati ancora una volta rassicurati.
Campasse cent’anni, Carmela Tomassetti, che di anni ne ha 23 e sta per laurearsi in Scienze della formazione primaria, non scorderà mai quello che è successo dopo. Lunedì 30 marzo c’è stata una scossa nettamente più forte delle altre e a quel punto l’intera città è andata nel panico, tanto che si è deciso di chiudere le scuole per un giorno.
«Quella sera ho detto basta - racconta Carmela - non mi fidavo affatto delle rassicurazioni, ero convinta che quell’edificio non fosse sicuro. Ho convinto mio fratello e il mio ragazzo ad andare a dormire in macchina a Collemaggio. E il giorno dopo ce ne siamo tornati a casa a Celano, a pochi chilometri dall’Aquila, per non tornare più». Una scelta che le ha salvato la vita, perché la domenica successiva, tre giorni fa, si è scatenato l’inferno. E un’ala della Casa dello studente, il palazzo che doveva essere nuovo e sicuro, si è accartocciato su se stesso inghiottendo gli studenti che erano rimasti.
Un’intuizione, più paura o più sensibilità di altri. Ormai non importa: per Carmela è stato un colpo di fortuna di quelli che salvano la vita e, inevitabilmente, la cambiano. «Ora non faccio che pensarci - dice con la voce che si incrina - io l’ho detto a tutti i miei amici, a tutti quelli che potevo che era meglio andarsene. E ora sono morti, Francesca, Angela, Michelone, Luca, i miei amici sono morti».
Il punto è che l’Aquila, dopo tante giorni di scosse sismiche, un po’ aveva paura, un po’ cominciava ad abituarsi a conviverci. E se devi portare avanti una vita normale, alzarti la mattina e andare a lavorare, preferisci ascoltare chi ti dice che andrà tutto bene. E certo, la sciagura non si poteva prevedere, ma in una città con un’antica tradizione sismica, forse non si è fatto tutto il possibile per prevenirla. Al Sole-24 ore, il proprietario di un palazzo del ’700 dell’Aquila ha raccontato che, quando ha deciso di ristrutturarlo, la sovrintendenza gli ha chiesto ogni genere di adempimento estetico, ma nessuno antisismico. «Purtroppo qui funzionava così - dice Silvio Tatoni, geologo dell’Aquila - i controlli se ci sono, sono solo formali e a campione. Nostro Signore diceva costruire sulla roccia, non sulla sabbia. Mi pare che sia un altro precetto biblico che qui non è mai stato ascoltato».