«Io, l’avvocato di Caino: m’ha tradito ma lo difendo»

Laura Ferraboschi spiega la scelta di patrocinare Alessi, il «mostro»: «Sono cristiana e conosco la misericordia, anche per i peggiori»

Cristiano Gatti nostro inviato a Parma
Dicono che riesca a difendere i mostri di Parma solo perché non ha mai provato a partorire. A cullare un bambino. Ad essere madre. Se avesse provato, aggiungono con sdegno, non avrebbe lo stomaco per reggere quest’impresa. Così dicono in città di lei, l’avvocato Laura Ferraboschi, che sta dalla parte di Caino.
Difendere i mostri e scoprirsi improvvisamente un po’ mostro. Tra le tante storie tese che si stanno scatenando in questo anfratto della pianura Padana, quella del legale di Alessi sta diventando tesissima. Chiamata a difendere il muratore siculo (e inizialmente anche la moglie) per pochi euro, che pagherà lo Stato sotto forma di gratuito patrocinio, dopo la confessione è precipitata in un incubo professionale. La sua segreteria continua a ricevere messaggi dello stesso tenore: mollali, lascia stare, non difendere le belve. Per non parlare di quelli che vanno giù molto più duri. E sin qui la gente comune. Ma poi c’è il gelo del suo stesso ambiente. Da quando i poveri resti di Tommy sono riemersi da una squallida sterpaglia, nel Palazzo di giustizia hanno cominciato a prendere le distanze, a cambiare direzione, a scantonare. Lei è ferita. Ad ogni ora che passa, assapora sempre più forte il gusto acido della solitudine.
Siamo davanti all’inquietudine che il genere umano si porta dietro da sempre: è giusto difendere anche gli esseri più abominevoli? Per l’uomo della strada, la riposta è istintiva ed emozionale: no, non è giusto, non se lo meritano. Ma sul piano più sofisticato del pensiero e della morale, la risposta è di segno opposto: sì, la civiltà deve concedere un diritto anche al più truce degli imputati. È l’altezza - come una vertigine - di quella che semplicemente e orgogliosamente definiamo società evoluta.
L'avvocatessa Ferraboschi crede ciecamente in tutto questo. Nativa di Rubiera (nel Reggiano), 58 anni, da 25 ha lo studio e la casa a Parma. Ama viaggiare in giro per il mondo, ama la campagna del suo Paese d’origine, ama fare un po’ di moto in palestra. Soprattutto, ama spiegare le sue ragioni anche di fronte al pubblico dileggio.
Avvocato, tutta Italia si chiede: come fa?
«Ho due motivazioni forti. La prima è la più importante: sono cristiana. Cerco di esserlo fino in fondo. Il Vangelo trasuda misericordia. Per tutti, anche per i peggiori. Leggendo il Vangelo, ho imparato a far sorgere il sole sui buoni e sui cattivi».
E la seconda motivazione?
«È professionale. L’avvocato è un operatore di giustizia. Capisco benissimo la reazione emozionale della gente. Ma noi sappiamo che tutti gli imputati hanno diritto a un processo che non sia sommario».
Davvero, se fosse mamma, riuscirebbe lo stesso?
«Essere madre non pone su un gradino di santità. Quante madri uccidono i figli buttandoli nei cassonetti? Non mi sento meno madre solo perché non ho figli miei. Io adoro i bambini. Perché li rispetto. Guardi la parete dello studio: sono disegni loro. Me ne occupo in tante cause di separazione, sono i primi che voglio tutelare. E guardi questo...».
È lei disegnata da un bambino.
«Me l’ha fatto Giuseppe, il figlio di Alessi. È un’altra vittima di questa storia. Non sarò mamma, ma so che devo pensare a lui».
Però non giri attorno alla verità: lei difende il peggior assassino.
«Per me è il caso peggiore. È il crimine più efferato. Ma io so che devo mettermi a disposizione. Non tocca a me giudicare: io devo solo contribuire a fare piena luce sulla verità».
Proprio bella, la verità che le ha raccontato il suo assistito Alessi per tanti giorni: una recita raggelante.
«Io sono la prima vittima. Io credevo nella sua innocenza. Ho accettato il caso perché credevo di contribuire a riportare Tommy nella sua famiglia».
Poi, il famoso sabato della confessione. Vuole raccontarlo?
«In tarda mattinata confessa Raimondi. Io sto con Alessi tutto il pomeriggio, sotto interrogatorio. Lui si batte, nega, farfuglia. Alle otto e mezza della sera, però, confessa. Nonostante spieghi che materialmente non ha ucciso».
E lei, a questo punto non pensa di mollarlo?
«Me lo chiede anche il Procuratore. Mi sento tradita, umiliata, ferita. È uno stato confusionale. Chiedo di uscire cinque minuti. L’orgoglio mi spinge ad andarmene. Mi dico: vai dentro, gli urli che è un mostro e lo mandi al diavolo. Poi, però, improvvisamente riemerge l’avvocato: non puoi buttare alle ortiche ciò in cui credi. Torna dentro e fai il tuo dovere. Sì, devo dirlo: l’avvocato ha vinto sulla persona. Ricordo solo il commento del sostituto procuratore, la dottoressa Musti: se te ne fossi andata, sarei rimasta delusa. Un grande conforto».
Ma cosa prova per Alessi, ora?
«Compassione. Lo so che è una parola forte: ma il fatto che abbia confessato fa sperare. Sono cristiana, voglio sperare».
Adesso dice che a uccidere è stato l’amico: gli crede ancora?
«So che potrà dire sempre bugie. D’ora in poi avrò un approccio più tecnico. Gli garantirò un giusto processo».
Ma che gli dirà, con calma, a quattr’occhi?
«Adesso è come in trance. Fatica a rispondere, è un uomo finito. Credo avverta tutto il peso di ciò che ha fatto. Più avanti, quando avrò modo, gli chiederò semplicemente: perché mi hai mentito? Riesci almeno a provare il rimorso?».
È destinato all’ergastolo.
«Devo solo avere tutte le garanzie di un giusto processo. Poi, pagherà quel che deve pagare».
E lei, quanto pagherà per questo caso?
«Sto già pagando. Tutto il mio lavoro è passato in secondo piano. Ma soprattutto sento l’ostilità del mondo esterno. C’è anche chi dice che sono in cerca di pubblicità: sì, proprio una bella pubblicità. Lo confesso: è questa ostilità, l’unica cosa che potrebbe un giorno indurmi a rinunciare. Se l’ambiente mi toglie la serenità, non posso più continuare».
Solo insulti, finora?
«No, ho una grande consolazione. In parrocchia, dove vado a pregare, le persone più care mi hanno consolato: poveraccia, mi hanno detto, che peso grande sulle tue spalle. E don Mario, il prete, mi ha sostenuto così: vai avanti, fai il tuo dovere, non barcollare. E poi, sa che c’è?».
Provi a dire, è l’ultima cosa.
«Con la mia fede, credo fermamente che anche da vicende così tremende, alla fine, qualcosa nasca: tutti quanti ne usciremo migliori».