Io, l’intellettuale che scrive canzonette

Confessare subito, confessare tutto: quando Ottavia Fusco mi ha chiesto di scrivere per lei il testo di una canzone, ho avuto paura di non farcela. Non avendo mai scritto una poesia, come si fa a scrivere una canzone, che richiede pure immediatezza? Mi sono dunque rivolto a una giovane poetessa, che mi è molto vicina, e ho chiesto a lei di aiutarmi. Paola Veneto ha scritto un testo bellissimo che io ho cercato invano di deturpare. La canzone si chiama Canti di ogni giorno: «Nel silenzio della notte sono molte le parole che non riesco a ricordare. Preghiere di bambina dette a memoria senza conoscerne i segreti». «Vorrei sentire raccontare di Maria e di pastori che riposano al ruscello e nel silenzio della notte prego, come facevo da bambina: ma con parole nuove che non hanno più segreti, se non quelli di chi vuole riprendere a pregare».
Gli altri che hanno risposto all’appello della Fusco sono stati più coraggiosi e brillanti di me, dimostrando che l’intellettuale può, e a volte deve, occuparsi di tutto: se non altro per smitizzare se stesso. Per esempio accettando di comunicare attraverso uno strumento espressivo diverso dal proprio per entrare nel cuore di chi ascolta nel giro di tre minuti, il tempo che occorre per leggere una pagina di libro. Per di più vincolati dalle necessità della frase musicale e persino - spesso - della rima. Sono altri quindici autori, tutti famosi, non tutti scrittori. Ognuno ha giocato - a suo modo - e le canzoni sono tutte belle, perché tutte originali e stravaganti. Dopo essermi messo per primo, andiamo in rigoroso ordine di apparizione.
Gli anni zero, che dà il titolo al disco, è di Aldo Nove: «Chi sa mai cosa sarà di noi, perché a volte non sappiamo neanche dove andiamo»; «Viva il missile scemo e intelligente, che cade sempre su chi non ha niente». A sorpresa motti che sembrano proverbi, per lo scrittore delle frasi incompiute. Segue Nanni Balestrini, ex avanguardista del Gruppo '63. Anche lui è preda della rima, ma si occupa di un tema inedito nelle canzoni: la Groenlandia. «Se smette di fioccare ti potrò telefonare». Umberto Eco, Facile facile, «Blum bum Splah Drin Drin», un surreale, gioco di parole e suoni onomatopeici, a imitare l'efficacia canzonettistica dell’inglese.
Giorgio Albertazzi, in La carpa, parla dei «maschi che han la carpa nei calzoni», «Falla volare, falla guizzare, così che la possan vedere quelli della razza di chi rimane a terra». Poi Andrea Pinketts, «Tu sei così, il prostituto che è così», «Io piccola ragazza di quartiere, dicevano che avevo un bel sedere». Mi piace moltissimo, secondo me è quella che entra meglio nel gioco della canzone impegnata d'autore: con pesante leggerezza.
Dacia Maraini, «Di notte i capelli dormono, di notte qualcuno non dorme. Di notte chi ha dolori alle ossa non dorme, di notte chi ha perso se stesso non dorme». Con citazione di Calvino, «Chi dorme nella notte senza notte di una notte d'inverno». Da un capo all’altro della letteratura, Federico Moccia forse ricorda il ponte che è al centro di uno dei suoi romanzi, insieme all’amore «quel girotondo, quel mezzo girotondo»: «È come se un pittore curioso e pazzerello avesse disegnato un arco col pennello, quell’arco sembra un ponte».
Osami, di Ennio Cavalli, «spezza le reni alla noia» con una sequela di verbi, ma conclude «lodiamoci baciandoci». Bisogna ascoltarla molte volte per apprezzare la musicalità dei versi complessi, accompagnati da una fisarmonica ruffiana. Ed ecco Romano Battaglia, che in Il silenzio ha scelto un tema classico: «Se tu non credi che la speranza possa diventare realtà», «il silenzio ti parlerà del tuo futuro». Piacerà, oh sì che piacerà.
In Habanero, esclusa da un’edizione passata del festival di San Remo, Edoardo Sanguineti ha ripreso perfidamente il tema della colomba che vola: non il vecchio «vola colomba bianca vola» che mio padre usava come ninnananna, ma un colombo che «vola nella gabbia mia». Lina Wertmüller parte con una citazione del «pomeriggio pallido e assorto» per raccontare, di citazione in citazione, una storia surreale che sembra uno dei suoi film: «E poi sbadigli, menzogne, imbrogli, sapeva d'aglio la tua vestaglia». Patrizia Cavalli - la sua poesia mi tocca sempre - ci riesce anche in Amore semplicissimo, «Perché il mio piacere è nelle mie parole, e quando posso ti parlo d'amore».
Ecco Magdi C.(ristiano) Allam: Se io potessi: «Se io potessi essere la tua anima mi illuminerei», ma niente di mistico, Magdi sa distinguere i piani, e «se io potessi essere i tuoi occhi rincorrerei quel tocco di allegria», con seguito di misteriose parole in arabo. Ci pensa Pasquale Squitieri a riportare tutti all’ordine della realtà: «Ammore, ma che è ’sta stronzata? È vita». È lui che recita, in un dialogo tragico/comico in napoletano fra lui e Ottavia Fusco.
Infine ecco la grande sorpresa, Alessandro Jodorowsky con Marianne Costa, in Se la papessa parlasse: «La purità è un’illusione, come il senso di colpa, tutto è di Lui, tutto è di Lui che abita in voi», un testo mistico-filosofico sintesi dei suoi film. Chi sa cosa ci riserba l’ultima canzone, di Vittorio Sgarbi, non pubblicata perché destinata a Sanremo.
Non è compito mio fare il critico musicale (neanche di testi per canzoni, in verità), ma ho apprezzato la bravura dell’autrice delle musiche, Cinzia Garganella, degli arrangiamenti e soprattutto della cantante, capace di adattarsi a testi così diversi, così strani, così - sono sicuro - pregnanti anche quando sembrano filastrocche.
Giordano Bruno Guerri
www.giordanobrunoguerri.it