"Io, l’intellettuale che sussurra ai potenti"

È lo scrittore più ascoltato dai grandi della politica, da Sarkozy a Putin, e da anni lavora alla pace in Medioriente Ci racconta come, a colpi di cultura, è riuscito ad aprire molte porte: «Le parole sono più potenti dei Kalashnikov»<br />

Tre mesi fa circa è andato a Damasco per una chiacchierata con Meshal, leader di Hamas, un personaggio da prendere (si presume) con le pinze. Prima ancora aveva incontrato Bashar al-Assad, il presidente siriano con cui aveva intavolato una vivace conversazione sulla crisi mediorientale. Marek Halter, pittore, romanziere, leader dell’ebraismo e dell’antirazzismo mondiale, vanta una biografia che parla da sola (vedi box). Cittadino francese, ebreo ashkenazita di origine polacca con discendenze da un’antica tribù tartaro-mongola (anche questa sarebbe una bella storia da raccontare), da quarant’anni si batte per la pace in Medio Oriente.
Considerato da molti un intellettuale scomodo («Se digita il mio nome su google ne escono di cotte e di crude»), ha buone conoscenze tra i potenti, tra cui (citiamo i più glam), Putin, Sarkozy, Bernard-Henri Lévy, Shimon Peres, Tzipi Livni e Mahmud Abbas. Lo abbiamo incontrato nella dimora storica di Villa San Carlo Borromeo (Senago), in occasione dell’uscita del suo ultimo libro La regina di Saba di cui si parla anche di fare un film (Editore Spirali, Trad. Francesco Saba Sardi, pagg 346, euro 20).
Halter ci preannuncia che il 17-18 giugno avrà luogo una grande conferenza intereligiosa per la pace che partirà da Gerusalemme con tappe a Hebron e Gaza, partecipanti trenta rabbini, trenta imam e trenta preti («Immaginatevi lo stupore degli abitanti di Gaza quando vedranno tutti quei rabbini messi insieme!»).

È bello avere amici che contano?
«Ho pochi amici e molti conoscenti, persone a cui sono legato da un percorso comune. Uno di loro è Putin, un uomo dalla memoria straordinaria. Ricorda a distanza di anni tutto quello che gli è stato detto e il volto dei suoi interlocutori».

Lei conosce bene anche Sarkozy. Pregi?

«È un uomo coraggioso, intelligente e inventivo che non ha paura di assumersi dei rischi. È più portato all’azione che alla riflessione. Prima di essere eletto mi ha chiesto di parlare al congresso dell’UMP davanti a ventimila persone. Decisi di citare un proverbio yiddish: “È meglio perdere con un uomo intelligente che vincere con un idiota”. Il pubblico non ha capito. Intendevo dire che pur non condividendo sempre le decisioni di Sarkozy, sono obbligato a rispettarlo perché è un uomo intelligente».

Difetti?

«Oggi il mondo è troppo complesso per pensare di poterlo governare da soli. E Sarkozy non sa delegare. È impaziente, febbrile. Un altro difetto è che non ha riflettuto abbastanza su quello che è davvero la Francia con la sua storia e le sue tradizioni. Lui è un cosmopolita nel senso buono del termine. Suo nonno, ungherese, non parlava il francese. Sarkozy immaginava che la Francia fosse aperta come gli Stati Uniti che lui ama molto. Ma la Francia è profondamente cattolica, non è protestante. Il suo è stato un malinteso iniziale. La società francese va riformata ma non si può fare di colpo».

È stato anche l’uomo del G20...

«Lo è stato Obama. Ma lui ha capito che per affermarsi doveva opporsi, lo si è visto con la questione della Turchia (entrata nell’Ue, ndr)».

Qualcuno lo ha chiamato novello Napoleone...

«Si è fatto un po’ di sarcasmo, probabilmente per l’altezza. Ma sono anche entrambi uomini forti che hanno portato riforme e cambiamenti. Sarkozy non ama essere contraddetto. Si arrabbia quando un suo collaboratore o un suo ministro non è d’accordo con lui».

Lei ha incontrato anche personaggi come Meshal. Cosa vi siete detti?

«Come prima cosa mi ha chiesto: “Di cosa parliamo?”. Gli ho risposto che non eravamo obbligati a parlare. Ho però precisato che già il solo fatto che un uomo contro lo Stato di Israele avesse manifestato la voglia di incontrare un ebreo pro Israele come me, era in sé un cambiamento. Si è messo a ridere. Abbiamo parlato dalle dieci di sera fino alle due del mattino».

Il tempo di dirvi tante cose.
«Ha iniziato a parlare di Gilad Shalit, ha ammesso che capiva benissimo l’angoscia dei genitori, ma che Shalit era un soldato, c’era un conflitto in corso e dunque era un prigioniero di guerra. Mi ha anche assicurato che avrebbe garantito per l’incolumità del ragazzo».

Colloquio complesso.
«Mi ha anche parlato del diritto di esistenza di Israele all’interno dei confini del 1967. Questo è un fatto nuovo. La mia sensazione è che da pragmatico avesse capito che le cose cambiano e che volesse contribuire a riscrivere la mappa del futuro in Medio Oriente. Ho cercato di fargli capire, come avevo già fatto con Arafat, che l’unica soluzione è un negoziato. Si è perso fin troppo tempo in questo senso».

Lei è stato criticato per aver incontrato Meshal ma anche il «nemico siriano» Bashar al-Assad...

«Qualcuno mi ha criticato e posso anche capirlo. Ma sono un intellettuale libero, un uomo del dialogo. Parto dal presupposto che il nemico non sia mai gentile, ma penso che la parola, al contrario di un Kalashnikov, possa contribuire ad aprire delle porte. Penso che Meshal abbia tratto dei vantaggi dal nostro incontro. Per lui rappresento una sorta di legittimazione sulla scena politica internazionale. È stato uno scambio per entrambi. Riguardo a Bashar al-Assad all’inizio c’è stato chi mi ha insultato per averlo incontrato, ma poi la Francia lo ha invitato a Parigi per il summit sul Mediterraneo. Da cosa nasce cosa...».

Cosa pensa di Avigdor Lieberman, figura controversa del neogoverno israeliano?
«I russi, ebrei inclusi, nel corso della storia ne hanno viste di tutti colori: dallo zar ai bolscevichi ai gulag. È normale che uno come Lieberman, nato e cresciuto in Moldavia, sia abituato a vivere in un contesto destabilizzante. Per lui i palestinesi conoscono soltanto la forza. Inoltre è un laico contrario al potere della Sinagoga. Non è un personaggio del tutto negativo. Certo, la sua idea di ridisegnare i confini di Israele lungo linee etniche è un’idiozia, ma non va considerata come un’azione criminale. Lui si propone come un criminale, ma non lo è».

Il governo così com’è non sembra molto armonioso...
«Il problema in Israele è il sistema elettorale. Blocca la politica. Per una situazione così complessa serve una maggioranza compatta. Netanyahu si trova in una situazione difficile. Israele non può fare quello che vuole, deve fare i conti con gli Usa, l’Europa e il resto del mondo. Ma cambierà. Sono ottimista».

Il suo libro è dedicato alla Regina di Saba. Quali sono oggi le donne paragonabili a questa figura mitica?

«Uhmm...».

Carla Bruni?

«No, vuole piacere troppo a tutti».

Michelle Obama?

«Potrebbe, ma non è una primadonna, è la “moglie di”».

Tzipi Livni?

«Forse sì. È ambiziosa, ha il senso del potere e l’intelligenza di capire gli altri».

La Merkel?

«Sì, è molto potente, e il potere piace a tutti. Diciamo che non è proprio attraente. Preciso tuttavia che la stimo e l’apprezzo moltissimo».

Vuol dire che per essere delle moderne Regine di Saba oltre che potenti bisogna anche essere belle?
«Diciamo che per la copertina del mio avrei voluto le gambe, bellissime, di Rama Yade, ministra per i diritti dell’uomo... Su questo abbiamo anche scherzato».

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