«Io malato in cerca di una diagnosi» Quando la malattia diventa mistero

«A rrivano, arrivano!». Gennaro-colite cronica, cui era capitato il turno di guardia davanti alla nostra camera, riuscì a dare l'allarme con sufficiente anticipo. Tutti fecero il possibile per rendersi presentabili: chi si mise le calze, chi se le tolse dopo una tormentata autoanalisi, chi si spruzzò gli avanzi della boccetta di profumo in comune dopo una penosa contrattazione, chi cercò di pettinarsi usando come specchio le precarie indicazioni dei compagni. Per un maquillage più completo e dignitoso era troppo tardi ormai. Perché, qualcuno potrebbe chiedere, queste cose non si fanno prima, con calma? Se lo chiede, chi di solito non è mai stato in ospedale. I medici fecero irruzione in camera alle 9.25. Erano in otto e l'ultimo chiuse la porta. Stava per iniziare il rito quotidiano della visita medica. Attilio-ulcera peptica, perennemente condizionato dalla sua mentalità da ultrà, fu il più caustico: «Avete organizzato un pullman, per venire?». Nessuno dell'équipe lo degnò di una risposta. Erano troppo occupati nella preparazione degli strumenti: chi tirava fuori il misuratore della pressione, chi lo toccava, chi si limitava a guardarlo. Alcuni del gruppo si erano scelti un altro compito: chi tirava fuori lo stetoscopio, chi lo toccava, chi si limitava a guardarlo. Terminati i preparativi, la dottoressa dai capelli biondi prese il quadernone delle terapie, e lo aprì: era il segnale. Oreste-cirrosi epatica fu il primo ad andare sotto, e diede prova di grande coraggio. Nonostante fossero in otto e lo incalzassero con ogni genere di domande, lui non parlò. Eppure ne avrebbe avuti di disturbi da confessare, tutta la sera precedente ci aveva tenuti svegli per raccontarceli. Ma come si fa a metterli in piazza davanti a otto, diconsi otto medici? Che poi non erano neanche tutti medici. C'era persino un ragazzo, probabilmente uno studente universitario al suo tirocinio. Voi confessereste dei disturbi, magari intimi, al primo venuto? Anch'io avrei avuto molte cose da dire, ma Oreste-cirrosi epatica ci aveva dato il classico «segnale forte», per cui mi comportai con altrettanta orgogliosa fierezza, nonostante gli espedienti dei medici per farmi confessare fossero sottilmente perfidi. Solo chi è stato auscultato otto volte da otto persone diverse può capirmi. Solo chi è stato toccato da sedici mani diverse può comprendere. Solo chi ha detto 33 per otto volte di fila può essermi vicino. Uno degli otto, a un certo punto, mi chiese a bruciapelo: «Come sta?». Avessi anche avuto la tentazione di dare articolate spiegazioni in merito al mio stato di salute, la sola idea di doverlo poi ripetere a tutti gli altri me ne fece passare la voglia. Risposi con una smorfia, che nel linguaggio gestuale ospedaliero significava: il solito. Ci fu comunque un momento in cui si sfiorò l'incidente diplomatico: fu quando Gennaro-colite cronica, stanco di essere auscultato anche dallo studente universitario, inscenò una protesta non violenta ma dichiaratamente sarcastica. Ogni volta che uno dei dottori gli intimava: «Dica 33», lui rispondeva tenendo a mente la somma complessiva progressivamente accumulata: 33, 66, 99, 132 e via dicendo. Presto lo studente fu preso da una reazione isterica, mentre Gennaro colite-cronica si giustificò con la massima calma: «Anche se sono un operaio, io i conti li so fare lo stesso». Gli otto medici diconsi otto riposero a quel punto i loro attrezzi e, dopo averci prescritto le quotidiane pastiglie, si apprestarono a uscire. Prima, però, ebbi un sussulto di curiosità che non riuscii a trattenere: «Scusi dottore - chiesi al primo degli otto - ci sono novità sulla mia diagnosi?». «No, non ancora. Abbia pazienza». «Lei pensa che se facessi la stessa domanda ai suoi colleghi otterrei la medesima risposta?». «È ovvio». «E allora che bisogno c'è che siate in otto?». Uscirono scuotendo la testa e senza una risposta. Dalla faccia della dottoressa dai capelli biondi, che chiudeva la lunga fila, capii che ci consideravano una camerata troppo vivace.