"Io, manager fiero dei miei 8 milioni l'anno"

L’ad di Pagine Gialle: "Guadagno tanto e non mi vergogno. Si accettano i super compensi di calciatori e artisti, non quelli dei dirigenti d'azienda"

Milano - Il totale del 2008 fa 7,97. Sono milioni di euro. E rappresentano il compenso incassato da Luca Majocchi, amministratore delegato di Seat Pagine Gialle. Dimissionario: con questo ultimo stipendio lascerà l’azienda entro il 30 giugno, poco dopo aver compiuto i suoi primi cinquant’anni. Quattro figli, un’esperienza formativa e professionale non comune che parte da una laurea in fisica, passa da un master in economia (Mba) e si sviluppa nella fucina di manager della consulenza Mc Kinsey (come Passera, Profumo e Colao per citarne tre a caso), Majocchi contribuisce allo sviluppo di Unicredit dal ’96 al 2003, per poi approdare alle Pagine gialle. Azienda che da almeno 10 anni ha lasciato la palude degli elenchi telefonici per svilupparsi on line. Non senza qualche difficoltà: nel 2008 ha chiuso con 180 milioni di perdite un bilancio appesantito da 3 miliardi di debiti. Mentre le azioni, che nel maggio scorso valevano 4 euro, oggi sono tornate a quota 1 dopo essere scese anche sotto i 30 cent. E ora è in arrivo un aumento di capitale da 200 milioni. Ma Majocchi, a differenza di molti altri suoi colleghi che non hanno accettato di parlare con il Giornale, di fronte a una richiesta di intervista sulla caccia alle streghe che sta coinvolgendo i manager superpagati di tutto il pianeta non si tira indietro.

Stando a una prima analisi sui redditi 2008 dei manager di spa quotate in Borsa, lei sta al secondo posto. Si sente sotto assedio?
«Il mio stato d’animo è quello di una persona che pensa di avere sempre svolto il proprio lavoro onestamente e si sente invece trattato come un ladro. Credo che i problemi più importanti del momento siano altri. E non penso che sia corretto affermare che certi emolumenti siano comunque ingiusti o ingiustificati. Avrei tre punti da toccare».

Tocchiamoli...
«Il punto di partenza è Obama, il quale però non dice che i manager sono pagati troppo. Dice che aziende che stanno per fallire, salvate dallo Stato, non possono pagare bonus milionari ai propri dirigenti utilizzando le risorse dei contribuenti. Inoltre parliamo di un ordine di grandezza di 30-40 milioni di dollari, dimensioni eccezionali, molto distanti dal caso italiano. E per parlare del mio stipendio 2008, la parte-bonus è di 1,3 milioni lordi, ottenuta per aver rispettato gli obiettivi di margine prefissati dal budget».

Ma come si arriva, per Seat, ai 180 milioni di rosso? E ai suoi 8 milioni lordi?
«Il margine operativo lordo, cioè il risultato di gestione, è positivo di 610 milioni. Poi, però, ci sono gli oneri finanziari (il costo del debito, ndr) e nel 2008 oltre 200 milioni di svalutazioni di partecipazioni alcune delle quali risalgono a una decina d’anni fa, ai tempi della new economy. Per quanto riguarda il compenso, oltre al bonus e alla parte fissa, ci sono dentro 5 milioni concordati a titolo di clausola di non concorrenza: non è una buonuscita, ma un’assicurazione contro il rischio che io vada a lavorare per un concorrente».

Torniamo al ragionamento sui superstipendi dei manager.
«Il secondo punto è che la nostra è una società strana. Accettiamo di pagare tanto chi ci diverte (nello sport, alla tivù), o chi fa il libero professionista, ma non i manager. Un esempio è quello di un allenatore di serie A, contratto triennale da 50 milioni lordi. E poi pensi che la media del reddito dei notai italiani, nel 2006, è stata di 430mila euro lordi. Quella dei dirigenti d’azienda criminalizzati, 55mila. Infine c’è l’anomalia più eclatante. Quella sì è un’ingiustizia: l’evasione fiscale. Basti dire che riguarda dal 15 al 20% del Pil: 250 miliardi l’anno che costringono lei, me, e tutti gli altri lavoratori dipendenti a pagare un quarto di tasse in più per colmare il deficit di chi non paga».

Ok, ma non le sembra che mettere insieme in una sola volta 5-10 milioni, o 30-40 in 5-6 anni, come è capitato in questo primo decennio del secolo a svariati top manager di grandi gruppi e banche italiane, sia del tutto fuori misura? Quantomeno si tratta di una generazione di manager fortunati, no?
«Sono d’accordo, però parliamo di casi isolati. Ci sono 70-80 manager in Italia che stanno sopra al milione lordo di reddito annuo. Detto questo, certamente nelle banche le retribuzioni sono state molto alte in questi anni. Nell’industria e nei servizi, a parte qualche eccezione, molto ma molto meno. In ogni caso sono contrario alle crociate contro i banchieri: quelli italiani non hanno fatto fallire nessuna delle loro banche».

La rappresentanza Cgil della Seat si è augurata che il prossimo ad non sia un banchiere... E lei che rapporto ha con i sindacati? Il suo stipendio le ha creato problemi? Glieli potrà creare?
«Il riferimento al banchiere è perché il sindacato vorrebbe un manager che si occupi di industria e non solo del debito. Per quanto mi riguarda, in questi anni ho sempre dialogato con i lavoratori in modo costruttivo, per permettere alla Seat di trasformarsi. Su 1.300 dipendenti, 450 sono usciti e 420 sono entrati. Dei quali 300 a Torino (dove ha sede Seat, ndr), tutti neolaureati».

Ma ora questa caccia alle streghe la preoccupa concretamente, al punto da modificare i suoi stili di vita?
«Io conduco una vita normalissima e le precauzioni per la sicurezza sono quelle di chiunque viva in una grande città, dove i problemi ci sono già. Non sono preoccupato più del solito, anche perché non ho mai fatto nulla di male, non ho rovinato famiglie... E spero proprio che il solo fatto di essere tra i primi della lista dei manager più pagati non sia di per sé una colpa».