«Io, Mario Pepe del Pdl Costretto a dire grazie persino ai suoi elettori»

da Milano

Nome e cognome.
«Mario Pepe. Quello del Popolo della libertà».
Ci risiamo. La prego, mi dica che almeno lei ha un vezzeggiativo...
«Niente da fare. “Diminuire” Mario è difficile...».
In effetti... Fosse stato il suo collega Antonio sarebbe stato più facile. Lo sa che ci sono più Pepe che Rossi alla Camera?
«È un cognome comune».
Vabbè, a noi interessano solo i Marii. Dica la verità, non le ha mai dato fastidio questa ombra omonima?
«Tutt’altro! Lui era deputato nella XIII Legislatura, mentre io arrivai a Montecitorio nella XIV, quando lui non fu rieletto. Quando presi posto alla Camera trovai la casella di posta piena di congratulazioni di prefetti, generali, amministratori locali che non avevo mai conosciuto. Mi pareva una gentilissima consuetudine. E risposi a tutti».
Invece erano tutti messaggi per il suo doppio. Un sacco di francobolli sprecati...
«Esatto. Però era bello godere di questa notorietà riflessa. Primi giorni da deputato, pochi contatti. Eppure ogni volta mi chiamavano dalle batterie. E io mi affannavo al telefono: “Mi spiace, quel Mario Pepe non sono io. Comunque grazie di aver chiamato”».
Pirandello vi fa un baffo...
«La cosa più divertente accadde quando un commesso mi riferì che mi cercava il prefetto di Caserta. Arrivai nella sala di rappresentanza e aspettai mezz’ora. Dall’altra parte vagava un signore piccoletto. Alla fine mi avvicinai e gli chiesi chi stesse aspettando. “Mario Pepe”, mi rispose. Ci volle un po’ per spiegargli che Mario Pepe ero io, ma non ero io».
Quindi le vicissitudini da schizofrenia le ha passate tutte lei?
«Non sono il solo. Quando il mio alter ego perse le politiche del 2001, venne eletta Erminia Mazzoni dell’Udc, contro la quale il mio omonimo presentò ricorso. Alla prima seduta di Montecitorio, quando sul tabellone comparve “Mario Pepe”, alla Mazzoni prese un coccolone. Pensava di aver perso in extremis».
Insomma, vi separa solo una “L”? Mario Pepe Pd e Mario Pepe Pdl?
«Una “L”, dieci anni e il campanile. Io sono nato nel 1951 a Bellosguardo, provincia di Salerno».
Avessimo detto Gorizia e Siracusa...
«Eppoi ci separa la formazione. La sua umanistica, la mia scientifica. Sono un medico, il che mi avvantaggia in politica».
Perché?
«La gente si fida dei medici. Mica per nulla Stalin li fece fucilare. Nella campagna elettorale del 2001 andai a cercare voti tra i contadini di Monte Artemisio, sui Colli Albani. Parlai con un vecchio comunista, tal Pennacchi. Per convincerlo a votarmi misurai la pressione a lui, ai suoi 11 fratelli e ai 51 nipoti. E grazie ai voti di quel seggio divenni parlamentare».
Non è per caso anche lei fedelissimo di De Mita?
«Per nulla. Il mio padrino politico fu zio Salvatore Valitutti, ministro dell’Istruzione del governo Cossiga. Ascoltando i suoi discorsi mi avvicinai al Partito liberale».
Cosa farebbe per assicurare 5 anni di governo Berlusconi?
«Rinuncerei ai miei hobby, sport in testa. Adoro il calcio e la Grande Inter».
Quindi anche lei masochista! Se mi dice che preferisce la bici e non ha vizi facciamo tombola.
«Solo il poker. Con whisky annesso. Ma quando si chiamano i giri sono categorico sui tempi. E tra i seggi di Montecitorio scelgo Mara Carfagna».
Mediterraneo vero...
«Fino in fondo, anche se vivo a Roma dal ’71. Ma tra dieci anni mi vedo nel mio podere a Bellosguardo, a coltivare ulivi e vigne. Sa che produco un Aglianico splendido?».