«Ma io mi offro volontario per aiutarlo a morire»

Maria Vittoria Cascino

da Chiavari

Una lettera in cui offre la sua «coscienza e competenza di medico» a Piergiorgio Welby. La scrive - tramite l’Associazione Luca Coscioni di cui Welby è copresidente - Roberto Santi, chirurgo ligure già noto per lo sconcerto sollevato dal suo libro Camici sporchi sulla malasanità. Santi si dichiara a disposizione per interrompere la sofferenza di Piergiorgio, perché «la morte è l’effetto collaterale della terapia».
Dura detta così, dottor Santi.
«È l’interruzione della terapia che i medici fanno quotidianamente su decine di pazienti. Con Welby invece hanno spostato il fuoco. Lui è diventato bandiera di quel progetto ampio che è l'eutanasia. Tutti si stanno occupando di lui, giudici, politici, preti. Non i suoi medici».
È stato sbagliato l’approccio?
«Certo. Tutto va ricondotto al rapporto del paziente con la sua coscienza e il suo medico, e del medico con la sua coscienza. Il dramma oggi è di avere inquadrato la vicenda nell'ambito-eutanasia che significa anni di dibattito».
Quindi neppure la Chiesa avrebbe voce in capitolo.
«C'è una gerarchia ecclesiastica che pesa inesorabilmente sull'intera gestione. Siamo ostaggio dell’idea che l’uomo deve soffrire per conquistarsi il paradiso e la gioia è bandita dalla nostra esistenza. Io dico: riportiamo Welby alla sua realtà. Sganciamolo dal limbo di una discussione etica che non va da nessuna parte. È un problema di accanimento terapeutico che può risolversi solo nel rapporto medico-paziente».
Come decodifica l'accanimento?
«È soggettivo. A Milano una signora s'è lasciata morire perché non voleva farsi amputare la gamba. Ma ci sono migliaia di persone che vivono con una gamba amputata. Allora?».
E il consenso informato?
«Nel momento in cui Welby ha accettato la tracheotomia e il tubo, aveva informazioni e strumenti, forniti dal medico, che lo rendevano consapevole di quella scelta. Oggi informazioni e strumenti sono cambiati. Il consenso informato deve essere rinnovato quotidianamente».
Quindi tutto va ricondotto all’ambito strettamente medico?
«Che hanno perso di vista affondando nell'oceano dell'etica. Quello praticato a Welby era un atto terapeutico. Adesso sono cambiati i presupposti del consenso che lui aveva dato, quindi la decisione torna al medico che gli fornisce i nuovi strumenti. Non è corretto che sia un tribunale a dire se si tratta di accanimento terapeutico, perché la faccenda rientra nella sfera spirituale e soggettiva. Diamo a Welby la terapia più idonea».
Ovvero?
«Non è più il respiratore. Piergiorgio va sedato e liberato dal tubo».
Che vuol dire farlo morire.
«La morte è un effetto collaterale della terapia. Mi offro di dare a Welby quell'assistenza in grado di interrompere la sua sofferenza. È una cosa che noi medici abbiamo fatto e facciamo ogni giorno nel chiuso delle camere di ospedale. Secondo scienza e coscienza. Oggi Welby non è solo prigioniero del suo corpo, ma delle sbarre robuste dell'ipocrisia».