«Io al Milan? Non da gennaio Chiuderò la carriera in Italia»

Gianluca Zambrotta: «Dopo Moggiopoli ho voluto andarmene ma se lascio il Barça è per tornare qui»

nostro inviato a Como

Alle finestre del municipio di Como c’erano i commessi che sparavano le cannonate di coriandoli con la musica dei Queen a palla, Gianluca era in mezzo al cortile con la coppa del Mondo sollevata, i jeans e un bel sorriso. Trent’anni, testimonial del calcio italiano in Spagna, del Fair play team in Italia e della ricerca scientifica contro la sclerosi multipla fra la gente. Mercoledì torna a Barcellona, adesso è qui con i suoi amici e la serie A sembra più vicina: «È strano, del calcio italiano non si parla certo bene, ma il nostro campionato è considerato sempre bello, anche se non il più bello».
Adesso sono diventati tutti più bravi di noi?
«Siamo sempre nei guai, scandali, violenza, vi assicuro che a Barcellona si vive un altro calcio».
Per esempio?
«Non esiste tifo organizzato, ci sono 200mila soci e credo estraggano a sorte quelli che possono prendere i biglietti per le trasferte. Il Nou Camp non ha barriere fra prato e pubblico, se perdi, la gente protesta anche pesantemente ma niente aggressioni e quando si gioca in casa è abolito anche il ritiro».
Decisioni del signor Rijkaard?
«Ma lui è un tipo tranquillo, sento dire che rischia l’esonero ma con noi non ne parla. Per fortuna non leggo i giornali spagnoli perché i miei compagni dicono che la stampa lì è molto più cattiva».
O lui o Ronaldinho?
«Lo spogliatoio del Barcellona è molto unito, noi siamo amici e spesso usciamo assieme a cena, non ho mai avvertito polemiche o gelosie. Ronaldinho adesso sa che Messi lo ha superato ma non è nervoso e non chiedetemi se giocherà nel Milan, perché non lo so...».
Lei invece sta cercando casa a Milano. Ma arriva già a gennaio?
«A gennaio mi sento di escluderlo».
Eppure...
«Ho sempre detto che vorrei finire la carriera calcistica dalle mie parti. Ma ho un contratto con il Barcellona fino al 2010».
Si parla di cifre e anche di un diritto di riscatto sui 10 milioni di euro.
«Se lascio la Spagna è solo per tornare in Italia, questo sì».
Del resto al Milan stava già per arrivarci lo scorso anno...
«È vero. Dopo Moggiopoli avevo una gran voglia di lasciare il calcio italiano, volevo staccare ma ero molto combattuto. Poi all’improvviso non è più stata una scelta mia ma dovevo andar via per forza. Un dirigente della Juventus chiamò me e Thuram e ci disse che dovevamo scegliere il Barcellona. Io avevo richieste anche dal Chelsea, dal Real e dal Milan. Ma il Barcellona mi andava bene, aveva vinto la Champions, era in corsa per sette trofei, ero sicuro fosse la destinazione migliore».
E poi?
«Ne abbiamo vinto uno solo e questo è il mio maggior rammarico. Vorrei lasciare questa squadra dopo aver conquistato qualcosa di importante. Adesso siamo a quattro punti dal Real, lo scontro diretto è il 23 dicembre, il giorno del derby di Milano».
Al Milan comunque trova tanti amici e il Pallone d’oro Kakà.
«Giusto, ha vinto la Champions, continua ad avere un grande rendimento. Messi? Be’, lui ha soltanto vent’anni, ha tanto tempo per vincerlo perché lo merita. È un ragazzo tranquillissimo che non si è affatto montato la testa e il merito è anche di questo club, soprattutto di Rijkaard. Sentiamo l’importanza del risultato ma andiamo a giocare a calcio come se fosse una partita fra amici. È difficile crederci ma è così».
Anche con la Francia è una partita fra amici?
«Ancora la Francia, ancora all’Europeo, proprio non me lo aspettavo».
Gli statistici non contano le vittorie ai calci di rigore e le cifre dicono che non la battiamo da decenni...
«Mi spiace per loro ma si sbagliano, la Francia l’abbiamo battuta e siamo diventati Campioni del mondo».