«Io, musulmana volontaria in chiesa»

«Mettiamo a confronto le nostre culture, ed evitiamo atteggiamenti ostili o indifferenti»

Marina Gersony

«I miei genitori sono egiziani e si sono stabiliti a Milano oltre vent’anni fa. Io sono nata qui, ho due sorelle e due fratelli, sono cittadina italiana ma non dimentico le mie radici». Sara Orabi ha diciannove anni e lo sguardo sveglio di chi sa il fatto suo. Ha appena conseguito la maturità linguistica al liceo Virgilio con ottimi voti e adesso è pronta ad affrontare l’università: «Ero indecisa se iscrivermi a Lingue perché oltre all’italiano, parlo l’egiziano, il francese, l’inglese e il tedesco - racconta con una punta di orgoglio -. Ma poi ho deciso per Medicina alla Statale. Mi piace l’idea di poter essere utile al mio prossimo».
In realtà la ragazza ha scelto di aiutare gli altri fin dal liceo, quando dava ripetizione agli studenti delle medie: «Sono sunnita, ma per mia scelta seguivo le lezioni di religione. Mi sembrava importante conoscere il Cristianesimo, la religione principale del Paese in cui vivo». Non a caso un insegnante nota questa allieva curiosa e intraprendente e le propone di aiutare gli alunni più bisognosi nel ripasso di alcune materie. Da quel giorno Sara si reca ogni settimana nella Chiesa di Santa Croce in via Sidoli per compiere la sua missione di volontariato. Il doposcuola si svolge nell’oratorio della parrocchia ed è animato da Padre Andrea, un giovane e dinamico religioso che favorisce il dialogo interreligioso: «È una ragazza in gamba - spiega -. Quando l’ho conosciuta mi ha colpito il rispetto che porta per la nostra religione e la devozione per la sua. Questo non le impedisce di confrontarsi con la società laica o cattolica italiana. Mi piacerebbe che i nostri ragazzi manifestassero la stessa devozione per il Cristianesimo».
Nel 2002, un anno dopo l’11 settembre, Sara decide di indossare l’hijab, il velo. A casa, la mamma e una sorella lo portano da sempre, per lei è una scelta di coraggio. «All’inizio avevo paura, ma ne sentivo il bisogno, invidiavo le ragazze che lo portavano con disinvoltura. Anch’io volevo assumere la mia identità senza dovermi vergognare». All’inizio si sentiva osservata per strada o in tram, soprattutto dalle persone più anziane: «I giovani della mia età non ci fanno caso, nessuno ha mai fatto un commento. Sono gli adulti ad avere i pregiudizi. Quando porto il velo mi sento più protetta e rispettata».
Nel frattempo Sara ha messo insieme una collezione di veli da far invidia a uno stilista. Le chiediamo se si sente «una musulmana moderata». Sorride ironica: «È una definizione inflazionata e ipocrita, che non vuol dire nulla. Nessuno dice “un cattolico moderato”, non ha senso, uno è cattolico o non lo è, la stessa cosa vale per un musulmano. Io sono osservante, prego il venerdì e digiuno a Ramadan. Finiamola una volta per tutte di confondere il terrorismo con l’Islam, sono cose diverse».
Sara fa parte della Gmi, l’associazione no profit Giovani Musulmani di Italia, fondata nel 2001 dai giovani e dedicata ai giovani. «La nostra attività consiste in incontri di tipo ricreativo e formativo. Mettiamo a confronto la nostra cultura di origine e la cultura in cui siamo cresciuti per cercare un ruolo costruttivo, magari anche critico, ma sempre propositivo. Vogliamo evitare un atteggiamento ostile o indifferente». Le chiediamo se sposerebbe un ragazzo cattolico. «Al cuore non si comanda - risponde convinta. Poi ci ripensa -. Un musulmano però sarebbe meglio...».