Io, napoletano, adesso odio i napoletani

Milano - M’era già capitato anni fa, tanti anni fa, almeno una quindicina, forse qualcuno di più. Ero a Napoli, la mia città, per lavoro ed ero riuscito a ritagliarmi un pomeriggio libero. Avevo deciso di andare a vedere i posti che mi ricordavano l'infanzia, quando ancora vivevo a Napoli, e la prima adolescenza quando a Napoli e dintorni ci passavo soltanto i mesi estivi. Via Tasso, il Corso (Vittorio Emanuele, per i forestieri), piazza Municipio, via Chiaia, Via Cilea, su al Vomero. A un certo punto, in via Santa Lucia, davanti a quello che allora mi sembrò un cumulo di rifiuti ma che rapportato a quello che vediamo in questi giorni può essere considerato il contenuto di una sola pattumiera, ai piedi di un muro, scrostato e fatiscente, unico pezzo rimasto in piedi di un edificio bombardato durante la guerra, mi montò dentro una rabbia pazzesca, un odio verso i napoletani, verso i miei concittadini, verso i miei parenti che ancora vivevano lì, verso il mio stesso sangue, che scoppiai a piangere.

Mi vergognai subito delle mie lacrime e dei miei sentimenti ma non riuscivo a capire come questa gente che ha la fortuna di vivere in una delle più belle città del mondo, potesse lasciar cadere così in basso Napoli. Perché in faccia alla gente io vedevo l'indifferenza, vedevo il fatalismo, vedevo la rassegnazione. E mi dicevo che la capacità di adattarsi a qualsiasi situazione che è sempre stata considerata una delle virtù cardinali dei napoletani può diventarne uno dei peggiori difetti. Mi venne in mente allora, e mi viene in mente adesso, la «Pelle» di Curzio Malaparte. Ero sempre stato convinto che quella specie di inferno partenopeo descritto da quel grande scrittore fosse solo in parte cronaca vera ma che fosse, in realtà, frutto soprattutto della fantasia del narratore di razza e del cinismo dell'uomo disincantato. Cominciai a pensare allora, e oggi ne sono ancora più convinto, che Malaparte non si era inventato quasi niente e che la Napoli appena liberata dagli americani fosse davvero come lui la descrive: un inferno.

E non è forse un inferno anche oggi questa bellissima città ricoperta dalla munnezza, con la puzza che si leva dai rifiuti e che copre l'odore dell'aria e il profumo del mare? E sono infernali queste notti napoletane in cui il buio è rotto dalla luce tremula di decine e decine di cassonetti e cumuli di spazzatura dati alle fiamme. Servissero almeno per la legge del contrappasso a bruciare - in senso etico e politico, sia chiaro - i veri responsabili di questo immane disfatto, i vari Bassolino, Iervolino, Pecoraro Scanio che si nascondono dietro le intrusioni della camorra, dietro i paraventi ecologici, e nascondono le loro grandissime colpe dietro la più infantile delle scuse: ma il governo sapeva. E allora? Voi eravate e siete lì, ai vostri posti. Non ci siete riusciti e non ha alcuna importanza per me, per i napoletani, per i campani, per tutti gli italiani perché non ci siete riusciti. Affari vostri e, spero, della magistratura. Ma come fate a guardare in faccia i vostri concittadini, a sorridere a quelle centinaia, migliaia di bambini che non possono andare a scuola per colpa della munnezza che voi non siete stati in grado di smaltire. Quella munnezza deve essersi accumulata anche nelle vostre anime e nei vostri cuori.

Ed è colpa vostra se devo di nuovo vergognarmi perché dentro di me rispuntano odio e disprezzo verso i miei concittadini che non hanno fatto niente per fermarvi, che non riescono a mandarvi a casa. Perché voi restate inchiodati alle vostre poltrone sperando e sapendo, com'è successo finora, che basterà spazzare un po' di munnezza, che basterà fare qualche promessa perché tutto torni come prima e, magari, chissà, alle prossime elezioni troverete ancora qualcuno disposto a darvi retta.

Odio e disprezzo sono parole grosse, enormi, me ne rendo conto ma sono dettate soltanto dall'amore che provo per Napoli, dal sogno di rivedere una Napoli semplicemente normale; un sogno che i vari Bassolino, Iervolino, Pecoraro Scanio e i commissari più o meno straordinari allontanano sempre più. Da quell'amore per Napoli che voi, egregi signori, se mai l'avete provato, avete ormai sommerso nella munnezza.