Io, nel mirino

Se per caso mi ammazzassero, se vi dicessero che sono morto d’un cancro fulminante, d’una polmonite folgorante, o ucciso da elementi della malavita nostrana, per favore: non credeteci. Qui, a quanto pare il cerchio si stringe: è morto ieri mattina Alexander Litvinenko a Londra e adesso Scotland Yard rende noto che non il Thallium, un topicida, ma del «Polonio 210» (un metallo radioattivo), è la causa della morte di Sasha, dopo 23 giorni di atroce agonia.
Apprendo dalla stampa che lo storico e politico Alex Goldfarb ha reso nota una sua lista di gente da ammazzare che si apre con Litvinenko e si chiude con il mio nome, includendo quello di Vladimir Bukovski, Mario Scaramella, Berezovski e l’ex ministro ceceno in esilio Zakaev. Amici da Londra fanno notare che Alexander «Sacha» Litvinenko non soltanto è stato ammazzato, ma è stato assassinato con un veleno terribilmente doloroso che ha distrutto per tre settimane i suoi organi, senza che i medici potessero trovare un antidoto. I russi oggi ammazzano, e si ammazzano, così: la tradizione è antica e la raffinatezza moderna passa attraverso armi di distruzione di massa e a colpo singolo. Se ho paura? Sì, chiunque avrebbe paura. Ho la scorta, è vero, ma chi può difendersi contro nemici che usano armi radioattive?
L’albergo di Londra dove aveva alloggiato Sasha presenta ancora tracce di radioattività e così il Sushi Bar a Piccadilly Circus dove Mario Scaramella ha discusso con lui gli inquietanti messaggi che indicavano un elenco di persone da eliminare con i nostri nomi. Fra questi anche quello del consulente continuamente linciato sui giornali Mario Scaramella, che ha la terribile colpa di essere sempre stato in contatto con la comunità degli esuli russi sul Tamigi, formata da Vladimir Bukovski, Oleg Gordievski, Alexander Litvinenko e Viktor Suvorov, nom de plume di Vladimir Bogdanovich Rezun, uno dei pochissimi fuorusciti dal Gru (servizio segreto militare) cui non abbiano ancora fatto la pelle. Cenai con lui e con Mario Scaramella a Londra, eravamo circondati nel ristorante da discreti agenti dell'Mi6 che ci proteggevano. Del loro gruppo faceva parte finché è vissuto l’eroe civile Vasilij Mitrokhin, un vecchio patriota povero e malato, che è morto malato e povero nel Regno Unito è che è stato linciato da tutti i nostri comunisti come un porco farabutto venduto, un lurido venditore di lurida merce.
Tutto ciò nasce infatti proprio con la Commissione Mitrokhin, nella quale e intorno alla quale sono stato abbandonato nella più totale solitudine, a compiere un lavoro titanico per la Repubblica e per il Parlamento di questo sciagurato Paese. Quando un galantuomo che cerca la verità è abbandonato da una parte e denigrato dall’altra, ecco che è pronto il varco attraverso il quale gli assassini non devono far altro che socchiudere una porta già aperta e compiere il loro lavoro. Molti lettori si chiederanno che cosa c’entra la Commissione Mitrokhin, una apparente storia di spie e di guerra fredda, con una catena di omicidi attuali.
La ragione è che l’affare Mitrokhin costituisce uno degli affari più nauseabondi della storia della Repubblica. Non è una storia di spie. E neanche di comunisti. È la storia di un partito, una lobby, un fronte di persone che qui e altrove hanno per anni affiancato e sponsorizzato una possibile presa di potere dell’ex Unione Sovietica sull’Europa Occidentale, contando su un disimpegno americano. Quel colpo di mano non c’è mai stato, perché Stati Uniti e Nato hanno saputo opporre all’enormità numerica dell’aggressione possibile, una convincente quantità di sofisticazione armata e di risposte dissuadenti. Alla fine l’ex Urss è collassata insieme al suo progetto imperiale, Gorbaciov ne è stato l’agente liquidatore che ha trattato la famosa «caduta del Muro di Berlino» (un colpo puramente mediatico perché il comunismo semmai è caduto a Varsavia e non a Berlino).
Io non so se davvero Vladimir Putin, come leggo, è dietro questi atti di violenza. Lui nega energicamente, ma l’assassinio di Anna Politkovskaya nell’ascensore di casa sua, come anche la truce liquidazione del generale Anatolj Trofimov (l’ex capo di Litvinenko) ed altre morti fanno temere gravi coinvolgimenti dell’apparato russo, che è la banale prosecuzione di quello sovietico. La più amara delle scoperte per me è stata capire che il Kgb non è mai morto, e meno che mai i suoi dirigenti e metodi, ma ha soltanto cambiato sigla. Il breve periodo di liberalizzazione e democratizzazione di Eltsin, di cui Vladimir Bukovski è stato grande parte (ed ora anche lui è nella lista nera, a quanto sembra), è morto con l’avvento di Vladimir Putin, un colonnello del Kgb che spara come un dio, sa pilotare aerei da caccia e parla un elegante tedesco perché ha servito la polizia segreta da cui proviene a Berlino, dove il Kgb soprintendeva ai lavori della Stasi tedesca.
Da quando iniziai a presiedere la Commissione Bicamerale Parlamentare d’inchiesta (quaranta fra senatori e deputati) capii che la Federazione Russa guidata da Putin, non soltanto non avrebbe collaborato, ma era da considerare un avversario. I miei messaggi anche personali al premier russo in cui mi dicevo certo della collaborazione fra due democrazie, quella italiana e quella russa, sono rimasti senza risposta. La richiesta formale di una Commissione rogatoria in Russia, così come era avvenuto per la Francia e l’Ungheria, è stata respinta dalle autorità di Mosca con una motivazione che a me è sembrata pazzesca: avremmo, come Parlamento italiano, messo a rischio l’unità e la sicurezza dello Stato russo ex sovietico.
Molti segnali dalla stampa russa vicina ai servizi segreti mi indicarono presto come un «elemento anti-russo», un nemico da tenere d’occhio, salvo misure ulteriori. Apprendevo intanto da altre fonti storiche che la guerra fredda non era mai finita, ma anzi era ricominciata, ma in sordina, senza emergere troppo a livello mediatico, perché tutti sembrano lavorare per questo mastodontico fine che è quello di guadagnare definitivamente la Russia di Putin alla democrazia, all’Occidente, alle libertà civili. Quando mi sbattono in faccia il fatto che Berlusconi è un grandissimo amico di Putin, rispondo che Berlusconi è altrettanto amico di Bush, e che ha fatto un grande lavoro convincendo Putin a non scegliere l’Oriente dominato dalla Cina come partner, ma l’Occidente europeo e americano.
Dunque, qui e ora, in queste righe, chiedo personalmente a Silvio Berlusconi di fare e dire quanto è in suo potere affinché questa leggenda nera, questo incubo abbia fine. Putin dice di essere estraneo agli omicidi che insanguinano non soltanto la Russia e Putin, come il Bruto di Shakespeare, è uomo d’onore. Intanto penso alla miseria della sinistra comunista e post comunista italiana che ha gettato alle ortiche la grande e unica occasione della storia, proprio la Commissione Mitrokhin, per vuotare il sacco, per difendere il suo passato, per non scadere nel maccartismo rosso. Invece, ha scelto il maccartismo rosso. Ha scelto la delegittimazione e l’offesa, l’insinuazione, la derisione. Penso a quello che con deplorevole pigrizia intellettuale ha detto anche recentemente Piero Fassino (ma era lo stesso Fassino con cui ho condiviso il palco al Portico d’Ottavia sostenendo Israele?) sulla Commissione Mitrokhin, per non dire delle sciocchezze che dei soloni che hanno sempre brillato per assenza oggi vanno pontificando.
Il punto è che siamo andati talmente avanti nella ricerca della verità, da trovarci di fronte al baratro. Esattamente come i famosi giudici che sono stati mandati a morire, nel silenzio e nella solitudine. Io ho guidato un’inchiesta mai avvenuta prima che ha certificato che le Brigate rosse fossero (una parte di loro) perfettamente integrate nel sistema terroristico-militare sovietico attraverso la rete «Separat» guidata dal terrorista Carlos sotto la supervisione della Stasi tedesca. E dunque un’inchiesta che riapre il caso Moro con un colpo di spada che lacera i veli pudichi: chi, perché ha voluto interrogare per due mesi Aldo Moro aprendogli un canale di posta in entrata e un canale di posta in uscita? Perché il più grande investigatore europeo di terrorismo, Jean-Louis Bruguière, ha concluso che fu il servizio segreto militare sovietico e non il Kgb, agli ordini del Cremlino ad ordinare l’omicidio del papa polacco che teneva in scacco l’occupante sovietico in Polonia?
E come si spiega che i servizi britannici e americani abbiano considerato le liste di Mitrokhin come il colpo del secolo, se non per il fatto che contenevano i nomi di oltre 300mila agenti (non spie, non necessariamente comunisti) che fiancheggiavano il colpo di mano che per fortuna non c’è stato ma per preparare il quale l’Urss si dissanguò?
Un fronte compatto e crudele, come i leggendari cavalieri del sacro Graal, protegge il segreto più profondo della guerra fredda che non è mai finita e che l’Occidente non ha vinto, diversamente da quanto afferma la sciocca vulgata secondo cui un bel giorno di novembre del 1989, il popolo di Berlino buttò giù il Muro e il comunismo finì. Tutte balle, bugie, rimaneggiamenti furbeschi. La mia vita per puro caso mi ha portato a sbattere contro questa enorme follia, questa bugia ciclopica. E sono subito entrato nella lista nera. Qui in Italia, secondo Litvinenko (che ebbe l’informazione dal povero Trofimov prima che gli chiudessero la bocca a colpi di mitra) vive e vegeta la più fiorente comunità di agenti ieri sovietici e oggi russi. Comunisti alcuni, altri no. Fra loro coloro che cercarono di far ammazzare Berlinguer a Sofia. Secondo quello che ha riferito Litvinenko, Romano Prodi non è mai stato un agente sovietico, ma dai sovietici ieri e dai russi oggi è considerato «our man», il nostro uomo (la comunità dell’intelligence usa la lingua inglese). Trofimov sconsigliò Sasha dal venire in Italia. E infatti lo hanno raggiunto a Londra, e adesso è morto. Se dovessi morire di raffreddore o per un incidente d’auto, per favore, non credeteci. Sto benissimo.
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