Io, nella rete degli schedati a vita

I tabulati delle mie telefonate di due giorni controllati per risalire alle mie fonti. D'ora in poi agli atti resterà, fra gli altri, il nome della mia colf: come le spiego il perché?

Milano «Sono solo tabulati». Cioè sfilze di numeri di telefono, ore, nomi. «Non ho mai intercettato nessuno», dice Gioacchino Genchi: come se questo dovesse risultare, alla fin fine, tranquillizzante. I lettori mi perdoneranno se - per illustrare nel modo più chiaro la dolorosa potenza del tabulato telefonico - ricorro ad un esempio personale: alla fine del quale potrebbe risultare chiaro come la schedatura del traffico telefonico di qualunque cittadino possa avere conseguenze ancora peggiori della intercettazione vera e propria. Dati che non vogliono dire nulla, e cui per questo si può far dire qualunque cosa, soprattutto se affogano nella bulimia investigativa di un Genchi, inghiottiti da una banca dati mostruosa in cui tutti conoscono tutti. E, poiché si sa che due persone si parlano ma non cosa si dicono, l'ombra lunga del sospetto può estendersi su di loro in modo incontrollato, nel tempo e nello spazio.
Ho scoperto la settimana scorsa che la Procura di Milano ha acquisito i tabulati del mio telefono. Lo ha fatto - come la legge consente - nonostante non fossi indagato. Non è servito l’okay di un giudice, è bastata la firma di un pm. L’inchiesta era quella su un mio articolo che raccontava delle intercettazioni tra alcuni tesserati dell'Inter e un pregiudicato. Il giorno stesso della pubblicazione dell'articolo, nel maggio dell’anno scorso, viene aperta una indagine per violazione del segreto istruttorio. Il pm mi chiama a testimoniare, mi chiede chi sono le mie fonti, io mi avvalgo del segreto professionale, saluto e me ne vado convinto che, almeno per quanto mi riguarda, la cosa finisca lì.
Invece ora scopro che subito dopo la Procura ha chiesto alla Telecom di acquisire i dati del mio telefonino. È partita da un piccolo periodo, i giorni subito a cavallo della pubblicazione dell’articolo. Poi si è allargata, e ha ricostruito la classifica dei numeri con cui mi sono sentito più spesso nei mesi o negli anni precedenti. I risultati della richiesta adesso sono praticamente di pubblico dominio, depositati dal pm alla fine dell’indagine, pronti ad andare a costituire un altro pezzo della memoria prodigiosa del Genchi di turno, o di un altro manovale del Grande Orecchio.
Delle 186 telefonate partite o arrivate nei due giorni dell’articolo sul mio telefono (okay, lo ammetto, sono un chiacchierone) sono state schedate la durata e il numero, per così dire, interlocutore. Pigiando qualche altro tasto, si è appurato chi sono stati in passato i miei numeri preferiti. A quel punto, dalla banca dati delle compagnie telefoniche sono stati estratti i nomi che corrispondono ad ogni numero. Da quel momento la mia esistenza è divenuta un verbale di giustizia, perché le persone con cui parlo sono state individuate una per una, schedate, depositate agli atti. Anche quando era evidente che si trattava di persone lontane anni luce dall’indagine. Non è colpa del pm. È che così funzionano le cose, sempre. Per questo, forse, vale la pena di raccontare questa storiella.
Ed eccoli qua, nero su bianco, i nomi dei miei interlocutori. C’è Rosemary, la mia indispensabile colf, individuata con luogo e data di nascita. C’è don Pucci, il mio prete di quando ero bambino. C’è Marcello C., un grande rugbista. C’è la mia amica Ilaria che lavora a Mediaset. E poi amici, compagni di squadra, sorelle, conoscenti, nel miscuglio di lavoro, di affetti, di chiacchiere che costituisce la vita di ciascuno di noi. Per individuarli uno per uno un carabiniere ha dovuto consumarsi gli occhi al computer, trascrivere, incollare. Un lavoraccio. Ma destinato a non andare perso. In qualche hard disk, d’ora in avanti, resterà traccia del loro nome. Per il Grande Orecchio hanno finito di essere dei cittadini qualunque per entrare nel branco sterminato di quelli che - per un istante, senza colpa, senza saperlo - sono comparsi in una indagine penale.
Il tabulato, bisogna dirlo, non fa distinzioni. Vengono schedati con nome, cognome e residenza anche quattro magistrati con cui - per tutt’altro motivo - mi è capitato di parlare al telefono. Vengono schedati colleghi, avvocati, carabinieri, funzionari di polizia, tutti i malcapitati che hanno avuto il torto di telefonarmi o di ricevere una mia chiamata. Cosa c’è di male? Nulla, ho la fortuna di non avere niente da nascondere tranne l’identità delle mie fonti. Ma chi glielo spiega alla mia Rosemary che alla fine dell’indagine, invece di buttare via tutto quello che non serviva, anche il suo nome è stato conservato, depositato, trasmesso? E che magari - tra un anno, cinque, dieci - il Grande Orecchio si ricorderà di lei, e una luce rossa scatterà nel computer della questura quando andrà a rinnovare il permesso di soggiorno?