Io, non credente, cerco le risposte in cielo come in terra

Per gentile concessione di Marsilio
Editori, pubblichiamo la prefazione
di Giuliano Ferrara al libro, uscito
ieri, "Vita morte miracoli. Dialoghi
sui temi ultimi" (pagg. 272, euro
16) di Stefano Lorenzetto<br />

Leggendo una pagina di Stefano Lorenzetto nel suo giornale, ho scoperto Francesco Agnoli, un ragazzo pieno di prodigiose verità cattoliche, un campione di gentilezza cristiana che dà un senso alla parola «tridentino»; ma leggendo questo libro, e la clamorosa introduzione che lo manifesta per quel che è, ho scoperto nell’autore un fratello, che d’ora in avanti chiamerò Stefano.

Non lo conosco, non so com’è fatto, e se l’ho incontrato nella qualità di giornalista, non lo ricordo. Se lo ricordassi, quella qualità la cancellerei. Stefano è degno di molti premi superiori, per come guarda la morte dalla parte della vita e la vita dalla parte della morte, ma tra quelli inferiori merita il premio ironico di cui vagheggiamo noi del Foglio nelle riunioni di redazione: «non è giornalismo», un riconoscimento ricco, danaroso, protettivo ef erocemente spirituale per tutti coloro chetradiscono le regole ottuse della professione che più di ogni altra nasconde oggi la realtà, e si fanno santissimi adulteri di un noioso e barbaro matrimonio con l’ego collettivo a mezzo stampa, scoprendola, la realtà, e scoprendosi in simpatia con la verità.

Ho frequentato meno cimiteri di quanti ne abbia visitati lui, ma conl a stessa intensità dolce che chiunque non sia stupidamente necrofobo o morbosamente necrofilo deve aver provato in questi «alberghi di passo a poco prezzo», come Sanesi traduce Eliot nel canto d’amore di J. Alfred Prufrock (se non sbaglio la citazione che voglio lasciare a memoria). Come lui non credo in Gesù morto e risorto, lui non ci crede «fino in fondo» (il che gli dà un qualche vantaggio), diversamente da lui non prego di credere in futuro, perché non so pregare, peròtendoafidarmi della fede degli altri, insomma della Chiesa: sono differenze abissali e minime, compatibili con la genuina fratellanza di un lettore ammirato.

E sono affratellato a Stefano nello slittamento dalla morte alla vita, per proteggere entrambe da una cultura cheha cessato di capirle in nome della qualità della vita e della qualità della morte, due espressioni di indicibile volgarità moderna che dovrebbero essere sostituite per legge da buona vita e buona morte, splendori che ci arrivano direttamente dal medioevo solare e lunare, un’età della sofferenza e dell’oro che dovrebbe persistere dentro di noi, con l’aggiunta dell’aspirina della scienza e della penicillina, e invece non c’è più.

La varietà e la bellezza di questi dialoghi sui temi ultimi, se il lettore lo vuole, appare nella rinuncia a ogni forma di sentimentalismo, nella dignità senza gesti di rappresentanza della prosa, domande e rispostecomesempredipendenti le une dalle altre (sempre, dico, nei non giornalisti). Non c’è traccia diricattomorale,di tresca culturale con la curiosità umana, non c’è asseverazione eticizzante, c’è altro in questo lungoespericolato discorso su quel che siamo, c’è spirito di avventura nel riscoprire a mezzo del linguaggio, del colloquio, ciò che sappiamo naturalmente, nel silenzio e nel testacuore della più semplice intelligenza del mondo.

L’introduzione fa corpo a sé, è un saggio non pretenzioso di uno che sa farsi usare dalla commozione, senza mai usarla, una ricerca della tristezza e delle sue ragioni pascaliane che è segno di tenero e anche allegro pessimismo. Di Cesare Marchi so purtroppo poco, ma Sergio Saviane l’ho conosciuto e nella breve comparsata da morto incensato l’ho riveduto vivo dopo tanto tempo, in un circuito di amicizia che lo onora senza tante storie e conuna messadi trigesimo,percosì dire «come in cielo così in terra ». Stefano ha scritto un libro per amici, per lettori intraprendenti e liberi, che non abbiano paura di pronunciare la parola «devozione» e di piegarsi alla cosa che le corrisponde. Ha, come il filosofo conservatore inglese Roger Scruton, una capacità di pensare la vita alla luce di quanto la precede, nell’intuizione che soltanto così qualcosa la seguirà, e la memoria di una società umana attraverso le generazioni è la forma più laica di resurrezione che io conosca. Propensione per i temi ultimi e devozione non vietano rapidità di esecuzione del pensiero, investimento nel polemismo più battagliero e persuasivo, come nei paragrafi atroci e tonanti sulla trasformazione della vita in esperimento sulla pelle del vinto, il bambino non nato e il vecchio non ancora morto.

Vuol dire essere molto vivi, perfino troppo vivi per il tempo in cui si vive, questo ripescaggio del cristianesimo manzoniano nel pieno della peste infestata dai monatti, e sempre in attesa della pioggia risanatrice, con fiducia nell’idea di rivedersi. Senza moralismo, ma senza rinunciare all’intensa emozione di un conflitto di idee su ovuli, embrioni e spermatozoi da catalogo dell’orrore, bisogna pur dire che siamo, infatti, in un’epoca di peste in cui sono i monatti a trionfare. E il libro di Stefano lo dimostra con argomenti e segni amorevoli, non supponenti, privi di profetismo d’accatto e ricchi di saggezza anche umile. C’è anche Vincenzo Cardarelli («morire sì / non essere aggredito dalla morte»)a suffragare, intabarrato nei suoi cappotti d’estate, freddoloso poeta fuggitivo di via Veneto, le «preghiere della buona morte» del nonno calzolaio e della sua lieta malinconia, il nonno che voleva congedarsi da chi amava.

Ed è certamente questo il problema, ultimo o penultimo, del nostro mondo e dei nostri giorni. Non si può vivere bene senza Paolo di Tarso, senza Agostino e senza Don Chisciotte, che riscattava la meravigliosa semplicità di Sancho Panza dicendogli di brutto che lui, hidalgo e pazzo, era «nato per vivere morendo», forse la più bella chiave romanzesca della letteratura universale. Ho paura, Stefano, di questi discorsi, e li prediligo. Credo che sia impossibile stare al loro gioco sottile e semplice, corrispondere nelle nostre vite, vite personali, alla loro urgenza.

Ed è giusto che anche il lettore di questo libro sia messo in guardia intorno al fatto che è una raccolta di domande e risposte ma finisce con una domanda: saremo in grado? Saremo in grado di sottrarci alla banalizzazione della nostra morte, certificando di aver vissuto in modo non banale? Paolo, il fratello di Stefano, è stato in grado. Io non so. Ed è di me, caro il mio lettore, è di te che si parla in queste pagine belle e generose dedicate alla nostra tentazione dell’ipocrisia, votate al suo sradicamento.