Io, non credente, porto in scena il «Papa buono»

«Dopo aver letto il testo, ho sentito la necessità di trasporlo sulla scena sotto questo titolo suggestivo». Il portavoce della milanesità per eccellenza, depositario di una ricca esperienza di vita ottuagenaria e di un'immensa cultura teatrale, Piero Mazzarella, stasera sul palco del Teatro San Babila (ore 20, con replica il 30 novembre alle ore 21) con …e venne un uomo darà voce e interpretazione ai testi di Angelo Roncalli, tratti dal diario personale di Papa Giovanni XXIII, il Giornale dell'anima.
Di cosa si tratta?
«Si tratta di una selezione di testi del Pontefice effettuata da un autore della provincia di Bergamo. Discorsi e testimonianze celebri, pensieri, confessioni, memorie: quando me li fece leggere, cogliendo la semplicità e l'ingenuità che trapelavano dalle parole, ho provato l'urgenza di poterla tramandare verbalmente alla platea».
Qual è il segreto di questo testo che l'ha tanto colpita?
«Come tutti sanno, sono nostalgico del mondo che fu e della società di un tempo, e leggendo queste parole sono rimasto colpito dalla purezza di uomo al quale era stata affidata una responsabilità controvoglia. Era un popolano e pensava in modo giusto e retto. Non portava di certo i preservativi ai giovani, né i giocattoli ai bambini, ma era dedito al Signore e la sua legge è stata il calvario. E' vero che gli spettatori si vogliono divertire; ma anche la commozione, il pianto stesso, sono senza dubbio occasione di svago».
Ha avuto già modo di proporre il lavoro a una platea?
«Lo presentai lo scorso anno sui sagrati delle chiese di Lovere e di San Pellegrino, affascinando una platea di tremila persone: lo spettacolo conserva ancora oggi la sua originaria forza, motrice di un flusso di emozioni e di commozioni. Le prime e ultime dieci righe che declamo sono scritte da me e indirizzano l'attenzione dello spettatore al contenuto delle parole che leggo. Sono rimasto folgorato, affascinato dalla semplicità di un grande uomo che non ha mai usato i soldi della Chiesa, senza mai farsi confezionare abiti talari su misura, solito ad andare a predicare tra tribù africane che hanno pianto la sua morte».
Ma lei è spinto dalla fede?
«Mi definisco agnostico, non credente. Non prego mai, ma leggo Sant'Agostino, il santo dubbioso per eccellenza che racconta verità che tutt'oggi hanno valore. Dall'alto dei miei 82 anni, ho una memoria ancora molto viva, che non può impedirmi di non ricordare quando ancora c'erano poche automobili che giravano per Milano: si faceva fatica allora, ma c'era un grande entusiasmo. Oggi si tange la fragilità degli incontri, fugaci e convenzionali: non si dà per il piacere di offrire ma solo se si apre la strada della pietà. Quello che diventò Papa Giovanni XXIII, invece, regalava con grande generosità; in quest'uomo c'era qualcosa di straordinario. Era solito, spesso, sedersi su una cassapanca chiusa a chiave, posta al di fuori della sua stanza. Qui rifletteva e di sovente riceveva anche amici e fedeli. Quando morì, la cassapanca fu aperta e vi trovarono una montagna di assegni che vennero destinati ai poveri. A lui non interessavano i soldi, ma le persone».
E lei ha la sua cassapanca personale?
«Nella mia casa ho un angolo dove c’è l'armadio che contiene tutti i miei abiti e tutto il materiale che mi accompagna quando lavoro sulle scene, e dove la parete è decorata con tre Tecoppa disegnati dai miei figli».
Ha nostalgia del «Tecoppa», la maschera che fu il suo cavallo di battaglia per diversi decenni?
«Quando portai in scena il Tecoppa, la Milano bacchettona urlò allo scandalo perché mi ero impossessato di una maschera che non mi apparteneva; il successo che poi ho avuto, riuscendo addirittura a far sbarcare l'ubriacone meneghino a Palermo, li ha zittiti».
Cosa pensa della proposta di inserire il dialetto tra le materia scolastiche?
«Certo che sarei d'accordo, se solo ci fossero gli insegnanti. Il dialetto non si insegna. Non si va a scuola per imparare la lingua del popolo: sarebbe sufficiente vivere tra la gente».