Io non guardo il libretto: ogni esame fa storia a sé

Da quando mi trovo dall’altra parte della cattedra ho deciso di non
sfogliare mai il libretto degli studenti prima di decidere il mio voto. Così non mi faccio condizionare
dalla valutazione dei colleghi precedenti

Quando ero studente universitario, ultimissimi anni Ottanta, se c’era un’azione dei professori che mi infastidiva, era che aprissero il mio libretto per vedere i voti nelle altre materie prima di decidere il loro. Un “vizio” che mi indispettì subito, fin dal secondo esame, quando il docente - oggi un luminare della Psichiatria - indeciso fra un Trenta stiracchiato o un Ventotto abbondante, adocchiò l’unico voto fino a quel momento presente sul mio libretto e scelse, con una decisione che mi disse molto sulla sua psicologia, di confermare senza rischi il voto precedente. E Ventinove fu.
Incrinando immediatamente la mia media matematica e la mia fiducia nell’imparzialità degli accademici.
È per questo motivo - un caso personale da me elevato arbitrariamente a regola universale - che da quando mi trovo dall’altra parte della cattedra ho deciso di non sfogliare mai il libretto degli studenti prima di decidere il mio voto. Almeno per due motivi, semplicissimi. Primo, per non farmi condizionare dalla valutazione dei colleghi che mi hanno preceduto, la cui professionalità ed esperienza non si discute, ma che hanno comunque ascoltato il candidato in una certa situazione, in un preciso momento, su una determinata materia: tutti casi unici e irripetibili. Secondo, per rispetto degli studenti, i quali hanno il diritto a essere esaminati in una situazione «incontaminata» e in assoluta tranquillità emotiva, senza dover pagare colpe passate o poter sfruttare meriti pregressi.
Ora, non so se non guardare il libretto degli studenti prima di decidere il voto debba diventare una «legge» nell’università italiana. Basterebbe fosse una - buona - consuetudine, immagino peraltro apprezzata dalla stragrande maggioranza dei ragazzi (addirittura in alcuni Paesi i docenti non possono neppure visionare il libretto: inviano semplicemente un verbale d’esame in Segreteria, dove si registra il voto).
Insomma, ogni esame fa a sé, e non può essere paragonato a nessun altra prova. Il metro di giudizio deve essere unico e sempre identico, non corretto di volta in volta da «misurazioni» precedenti o successive.
Semmai, il libretto può fornire al docente, durante l’esame, altre indicazioni utili sullo studente. Per quanto mi riguarda, la città o addirittura lo Stato di provenienza di una ragazza o di un ragazzo può essere lo spunto per una certa domanda, così come la scuola di provenienza aiuta a capire la culturale generale del candidato (chi arriva da una scuola professionale di norma possiede una proprietà di linguaggio e una capacità di espressione molto diversa da chi ha frequentato il Liceo classico, particolare che il docente non può non tenere in conto...).
E per il resto, basta ricordarsi che si tratta comunque di un «semplice» esame. Uno o due punti di valutazione, in più o in meno, non cambieranno la carriera scolastica ad alcuno. Né il suo futuro.
Soprattutto se è vero, come indicano le statistiche, che i migliori nella vita non sono mai quelli che andavano bene all’Università.