"Io non me ne vado". L'ex fabbro Giovanni resiste chiuso in casa

Dal momento della scossa si è asserragliato nel suo appartamento. Neppure i carabinieri lo convincono: "Resto qui, cascasse il mondo"

Asserragliato e determinato, come un rapinatore di banche. Giovanni il fabbro è armato di solitudine e coraggio. Non ne vuol sapere di uscire di casa. Non detta condizioni, non si consegna ai carabinieri, ai pompieri, agli energumeni della Protezione civile che pigiano inutilmente il campanello. Risponde picche pure al prete. Fa così da quella scossa senza fine: inamovibile tra le mura domestiche, ostinato a ripetere «No, grazie, resto qua» a tutti coloro che si danno il cambio per convincerlo a traslocare da quelle mura amiche. Non sente e non dà retta a nessuno, Giovannino. «Lasciatemi in pace», ripete cortese dal primo piano delle nuove case gialle, là dove la faglia sismica ha cancellato il paese di San Gregorio inerpicandosi rabbiosa tra Onna e Paganica prima di raggiungere e capottare L’Aquila. I coinquilini lo prendono per matto, e ce l’hanno con lui perché non ne vogliono sapere di avercelo sulla coscienza. Loro dormono in macchina o sdraiati nel prato. Pranzano e cenano rigorosamente all’aperto, sotto il gazebo, al fresco del Gran Sasso. Nessuno osa minimamente disturbare quel vicino unico al mondo, gettonatissimo dalle forze dell’ordine. «È un continuo - racconta Marcello, uno dei vicini alle prese col caffè –, un viavai di pompieri e carabinieri. Da quando le nostre abitazioni hanno ondeggiato come bandiere al vento, quello lì non s’è mosso. Lo vedevamo appoggiato coi gomiti alla finestra mentre tutt’intorno crollava l’universo». Fermo. Immobile. Un palo. Come se il terremoto riguardasse solo i compaesani - ognuno con un parente o un amico morto – tranne lui. «Vallo a capire. Siamo affezionati alla nostra abitazione, ma da qui a morirci dentro – incalza Gino, il veterano del condominio - ce ne passa. Mi hanno operato per un tumore all’esofago, mi sono ribaltato nella discarica, m’è successo di tutto, ma io alla mia vita ci tengo. Quello lì non lo capisco. All’inizio ci siamo preoccupati, l’abbiamo chiamato, l’abbiamo invitato a mangiare con noi. Ma lui, niente. Se proprio vuole morire s’accomodi, ma non ci faccia morire a noi di crepacuore». Maria, cuoca generosa, snocciola considerazioni a mezza bocca durante la spartizione di ricche porzioni di spaghetti aglio e olio: «Giovanni ha preso quella posizione, e la vuol mantenere a tutti i costi, va a capire perché. È una sua scelta, lucida, determinata. Se è pazzo? No, che non è pazzo, perché se lo fosse non cucinerebbe, non si laverebbe, non parlerebbe pacato al telefono con gli amici, non scapperebbe al supermercato a fare la spesa. Si dice che abbia avuto una delusione d’amore e che da allora non è più se stesso». Concorda Pasquale, altro vicino sfollato. «Non so cosa gli passa per la testa a Giovanni. Dico che qualunque persona normale, per l’istinto innato che ha, di fronte a quel finimondo non può restare indifferente. Sotto i nostri piedi la terra è impazzita, mentre lui restava tranquillamente in casa, fuori partiva la luce, il letto camminava impazzito per la stanza, cadevano piatti, quadri, mobili, televisori, lampadari. Personalmente credevo di essere finito in un frullatore. Tutti sconvolti...». Tutti tranne lui, Giovanni. Lo rintracciamo a casa nel primo pomeriggio. Saliamo la rampa, oltrepassiamo il cancello divisorio, al citofono nemmeno risponde poiché apre direttamente la porta. «Buongiorno». Intuisce al volo che non si tratta della solita divisa e parte con le giustificazioni non richieste. «Questa è la mia casa e non l’abbandonerò mai. La vita è stata ingiusta con me, mi ha tolto una moglie e una villa. Oggi son costretto a vivere qui, e qui resterò a costo di morirci dentro. Nessuno può mandarmi via». Vero. Ma il terremoto? Non l’ha sentito? Non s’è spaventato? Macché. Bazzecole rispetto alle disgrazie mai metabolizzate. «Che vuole che le dica. Ho provato un po’ di paura, ma se deve accadere, accade. Non possiamo farci niente col destino, impossibile cambiarlo. È tutto scritto. Eppoi non sono così spericolato: passo le giornate a leggere giornali e ascoltare la radio visto che la tv non me la posso nemmeno permettere. Mi informo sul terremoto. Da vecchio fabbro in pensione ho concepito una chiusura della porta che, eventualmente, mi permette di scappare prima degli altri. Cos’altro dire: non posso certo affermare che quando tutto finirà tornerò a fare una vita normale, perché già la faccio». Disarmante. Sì, vabbè, ma non esce mai? Proprio mai? Giovanni sta per dire di no, poi un sussulto d’onestà lo fa confessare: «Ma sì, esco, certo che esco. Non ho nessuno che si può prendere cura di me, quindi mi tocca andare al supermercato a fare scorte». Gli tocca pure. Parla da sepolto vivo. Da pensionato in libertà vigilata che se ne sta volentieri ai domiciliari. Autorecluso felice. «Non stia a sentire la gente qua intorno, ognuno è fatto a modo proprio – si accomiata Giovanni – e si comporta come meglio crede. L’ho detto ai ragazzi della Protezione civile, alla polizia, ai vigili del fuoco: ringrazio tutti ma io resto qui, cascasse il mondo». Che, appunto, è cascato a duecento metri da lui senza che la cosa lo scalfisse un poco. Al calar della sera, però, i nervi iniziano a cedere. L’ennesima richiesta a lasciar libero l’alloggio, arrivata da una pattuglia dei carabinieri, rischia di farlo crollare. I militari la prendono alla lontana, scherzano, ridono, si fanno ospitare per un caffè, chiacchierano del terremoto e del suo coraggio, finché Giovanni mostra loro le foto dell’ex moglie e della bella casa verso Teramo che la sua vecchia signora s’è portata via con l’avvocato. Quando i militari lo invitano a salire sulla gazzella, lui tentenna, ci pensa su, ci ripensa ma ferma la marcia e torna indietro. Fa ciao ciao con la mano, e sbatte la porta. Lui di qua, il terremoto di là. La sfida continua.