"Ma io non mi dimetto e non mi sento dimezzato"

Petruccioli resiste: "Ho molta fiducia nelle cose che faccio, perfino troppa. La scelta compete all’azionista. Non ci sono motivazioni per lasciare, la scelta compete all'azionista"

Roma - «Ho dimostrato in passato di essere uno specialista delle dimissioni, forse solo Cossiga mi ha superato. Ma stavolta non ravviso le motivazioni per presentarle». Claudio Petruccioli resiste. Le valigie non le fa, malgrado la sfiducia espressa dalla maggioranza della Commissione Parlamentare di Vigilanza al presidente della Rai. Almeno, spiega in una conferenza-stampa a viale Mazzini, finché non sarà indicato il suo successore. Obblighi giuridici non ne ha, perché «l’auspicio» dei 20 commissari che vorrebbero mandarlo a casa non è vincolante e lui si sente ancora forte dei 33 voti di quella stessa Commissione, che lo hanno designato il 30 luglio 2005. Ben più dei due terzi dei componenti necessari.

«L’obbiettivo - spiega - che si propongono quelli che hanno votato la mozione è di avere un nuovo presidente e non di mandare via quello che c’è». Un «necessario riequilibrio» del Cda, con un presidente dell’opposizione. Ma si segua la procedura prevista dalla legge Gasparri. Solo alla fine lui ne trarrà le conseguenze.
Parco di parole, sorridente e apparentemente disteso, il numero uno dell’azienda di Stato, parla essenzialmente per spiegare la lettera appena inviata a Mario Landolfi, presidente della Commissione di Vigilanza che a fine mattinata lo ha invitato alle dimissioni. Dimissioni, precisa Petruccioli, che «sono un atto volontario».
E il presidente della Rai fa notare che non si chiede il cambiamento per suoi «comportamenti censurabili» o per una sua «incapacità a svolgere l’incarico» che ricopre da oltre due anni e che scadrà a luglio del 2008. Per questo, lui non si sente «dimezzato», né «sfiduciato». «Ho molta fiducia - dice - nelle cose che faccio, forse perfino troppa». E non sarà lui a facilitare le cose a chi ha messo in piedi il piano per defenestrarlo. «Io non posso e non devo far nulla che “consenta” o “non consenta” scelte che competono all’azionista e alla Commissione di vigilanza», scrive Petruccioli a Landolfi, che fa pressione perché prenda atto della sfiducia. Mentre sia Palazzo Chigi che il ministero dell’Economia garantiscono la correttezza della sua posizione.

Se si vuole scegliere un nuovo presidente (e del centrodestra), fa notare Petruccioli, il cammino è complesso ma aperto. Non sarà certo lui ad «ostacolare» la volontà del Parlamento. «La legge - scrive nella lettera - non contempla la revoca dei membri del Cda della Rai, ma non la esclude. In base a questa constatazione, lo stesso azionista ha sostituito un consigliere non dimissionario. Se si vuole, dunque, si proceda: si può invocare anche un precedente». Il precedente di Fabiano Fabiani, che ha sostituito Angelo Maria Petroni, dunque. Sul quale, fa notare Petruccioli, la Vigilanza «ha sollevato più di un’obiezione ed anche un conflitto di attribuzioni di cui ancora si attende l’esito».

Nella sala degli arazzi c’è, in prima fila, il nuovo consigliere e ci sono anche gli altri, tranne Giuliano Urbani. Più indietro, attento a non fare commenti, il direttore generale Claudio Cappon.
Petruccioli sposa, dunque, la tesi utilizzata dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa del contrarius actus, come unico strumento per la revoca dei consiglieri e del presidente Rai. Il che, in questo caso, vuol dire che «ciascuno è revocabile con la stessa modalità con cui è stato nominato». Il presidente viene indicato prima dall’Economia e poi deve ottenere il voto di gradimento di due terzi della commissione di Vigilanza. Dunque, per far saltare Petruccioli ci vorrebbe anche la sfiducia del ministero. E poi l’indicazione del nuovo, con tutti i crismi previsti dalla Gasparri. Solo allora Petruccioli si farà da parte. «Una volta che l’indicazione di un nuovo presidente - scrive a Landolfi - sia stata definita e perfezionata lascerò, dunque, il mio ufficio, con atto formale che trasmetterò alla segreteria del Cda e al collegio sindacale. In tal modo, fino a quando un altro non rileverà la funzione che mi è stata affidata, potrò anche far fronte agli obblighi che essa comporta».