«Io non mi sono dopato» Landis in fuga dalle accuse

«Ho un’alta produzione di testosterone. Sono pronto a sottopormi a ogni tipo di analisi»

Pier Augusto Stagi

«Non mi sono dopato, la mia vittoria al Tour de France è frutto esclusivo del mio sacrificio». Lo ha detto lo statunitense Floyd Landis ieri pomeriggio all’hotel «Miguel Angel» di Madrid, all’ora dei tori, nel corso della conferenza stampa indetta per spiegare le sue ragioni dopo la notizia della positività al testosterone emersa dopo la tappa di Morzine all’ultimo Tour de France.
«Chiedo a tutti gli organi di informazione di interpretare nella giusta maniera tutto quello che sta accadendo - ha detto Landis -. Non c’è nessuna positività e sono disposto a sottopormi a tutti i controlli possibili per dimostrare la mia innocenza». Gli avvocati del corridore, José María Buxeda e Luis Sanz, hanno poi spiegato che «Landis ha sin da ragazzo una elevata produzione di testosterone, per cui punteremo a dimostrare che i valori riscontrati sono del tutto naturali. Siamo di fronte a una produzione endogena che nulla ha a che fare con sostanze chimiche, quindi non si può nemmeno parlare di un caso di doping».
Ha chiesto di non essere giudicato, con quella sua faccia da ragazzino impertinente. Con quel immancabile cappellino con tanto di visiera girata all’indietro: come se niente fosse successo, come se nulla stia accadendo. A vederlo pare che sia sempre in corsa, anche se questa volta la maglia gialla sulle spalle non ce l’ha, ma è alle prese con una gara ben più difficile e delicata: difendere la propria dignità di corridore e di uomo. Impresa non facile, soprattutto per chi, nel giro di poche ore, ha già fornito almeno tre versioni di quanto potrebbe essergli accaduto.
Oggi, sul «Wall Street Journal», ad esempio, dichiara: «La sera prima dell’impresa di Morzine, preso dallo sconforto per la batosta patita (arrivò con oltre 10 minuti di distacco, il giorno seguente bastonò tutti in maniera quantomeno dubbia, ndr), mi sono scolato due birre e quattro bicchieri Whisky: secondo molti studi il consumo di alcool può accrescere il tasso di testosterone e di epitestosterone in maniera naturale. Normalmente non bevo durante le corse, ma di quella sera non ricordo molto...». Per la serie: se poi mi sono dopato, io non ricordo nulla.
Floyd Landis ha cercato di spiegare quanto accaduto, con la faccia di chi chiede di essere ancora per una volta creduto, consapevole però che non sarà facile credergli. Ha ripetuto più e più volte che si tratta tutto di un equivoco, che non ha nulla a che fare con il doping e che il ricorso a sostanze proibite non fanno parte del proprio Dna, però è bene ricordare che correva con certificati medici, per debellare il dolore all’anca, quella che a fine agosto dovrà sottoporre a trapianto osseo, visto che ha la testa del femore in necrosi, conseguenza di un brutto incidente in allenamento mai completamente guarito.
E tra le tante tesi e cose che si dicono in questi casi (avete mai trovato un corridore beccato con il sorcio in bocca che ammette: «sì, è vero, mi sono dopato»), l’americano originario della Pennsylvania, a caldo, in una intervista a «Sports Illustrated», ha detto: «Nell’ultimo anno ho avuto dei problemi alla tiroide e così ho dovuto prendere una piccola dose di ormoni. Una dose orale, una volta al giorno». Lo statunitense ha poi aggiunto di volersi servire di «un endocrinologo spagnolo per dimostrare comunque che un elevato livello di testosterone è possibile». In attesa delle controanalisi, che dovrebbero avvenire non prima della fine della prossima settimana, beviamoci anche queste birre e whisky, scoliamoci anche la storia della tiroide e di tutto quello che volete voi. Poi, una volta che il campione «B» avrà detto come stanno le cose, confermando quanto si sa oggi, taccia per sempre. Ci sarà qualcuno che gli crederà ancora? Questo sarà forse lo scandalo più grosso.