"Io non staccherei mai quella spina"

Il direttore sanitario del centro di riabilitazione di Oristano

Oristano - «Nel mio centro non si staccherà mai una spina, mai, neppure davanti a una sentenza, neppure davanti a una legge. E se lo Stato mi costringerà a farlo io mi rifiuterò, accetterò la punizione, non ho timore alcuno. Ho una dignità, un’etica professionale con cui devo fare i conti». Salvatore Puledda è il direttore sanitario del centro di cura e riabilitazione per patologie cerebro-vascolari, Santa Maria Bambina di Oristano. È credente, ma soprattutto è medico e contesta la decisione della Cassazione sul caso di Eluana.

Cosa pensa di questa sentenza?
«Mi lascia molto perplesso, siamo davanti a un grandissimo problema che non si può risolvere sull’onda dell’emozione né affrontando un caso personale. L’argomento vita tocca tutti».

Eluana però è in stato vegetativo da tanti anni.
«Quella ragazza è tenuta in vita col minino indispensabile. In quel letto c’è una vita di cui non sappiamo nulla. Il nostro dovere, dunque, è rispettarla e fare tutto cio che serve per la sua sopravvivenza».

Il papà dice che lei non avrebbe voluto ridursi in quello stato.
«Si cambia idea. Nessuno sa esattamente cosa prova Eluana, possiamo ascoltare solo le testimonianze di gente uscita dal coma».

E cosa dice?
«Abbiamo un ragazzo uscito dopo un coma di diversi mesi e ci ha raccontato che lui sentiva tutto quello che dicevamo, ma non poteva reagire né intervenire. Nella nostra clinica ci asteniamo dai commenti davanti al paziente. Troviamo una strada che ci consenta di comunicare: arte, musica, odori, rumori familiari».

Cosa vorrebbe dire ai genitori di Eluana?
«Sto in silenzio e soffro con loro. Ma ritengo che il valore di una persona non sia legato al fatto che elabori un pensiero, ma alla sua capacità di dare e ricevere amore».

Non credo, molti cattolici la pensano esattamente come lei.
«Lo spero, perché l’argomento è delicatissimo. Abbiamo abbattuto il tabù del sesso e abbiamo eretto il tabù della morte. Di quella non parliamo mai mentre la medicina sta spostando sempre più l’evento morte e sta creando cronicità che nessuno più vuole gestire».