«Io, nuovo crooner A 17 anni studio da Sinatra»

Va da sé che oggi lo riconoscano in pochi, Donato Santoianni, se non altro perché ha diciassette anni, milanese e timido, e non si è neanche appeso a una canzoncina pop di quelle che fanno boom in mezzora. Macché: giusto qualche concorso vocale e le apparizioni a Ti lascio una canzone su Raiuno. È un crooner, già, o perlomeno merita di diventarlo. Un ragazzo con una voce fuori dal normale, corposa e duttile, capace di salire e scendere nei toni con inconsueta abilità adolescente e basta ascoltare come la accompagna nel primo cd Swinging pop: con un talento innato. Intanto, a parte il bell’inedito Di nuovo, sono soltanto cosiddette cover, ma le più imprevedibili come Adesso tu di Ramazzotti, Cercami di Renato Zero, Nessuno mi può giudicare della Caselli e una fenomenale e irriconoscibile Billie Jean di Michael Jackson, tutte rivestite di uno swing che non t’aspetti. Qualcuno, i più sbrigativi, lo ha paragonato a Michael Bublé ma, figurarsi, è un’altra cosa. Volendo, sembra arrivare dagli anni Cinquanta ed è metaforicamente nato con lo smoking che oggi veste con quel gusto disinvolto e coraggioso che una volta mica c’era.
Santoianni, va bene che conviene iniziare presto: ma swing a diciassette anni è raro.
«E dire che la prima volta che mi sono esibito con una band ne avevo solo otto».
Brano preferito?
«My way di Frank Sinatra. Ma la prima volta ho cantato E se domani di Mina».
E adesso?
«Oltre ai brani del mio cd, ho un repertorio molto vasto che va da Sinatra fino a Bublé passando per You don’t know me e A song for you di Ray Charles».
Bravo però. Ma perché così tante?
«Ogni sera ho una scaletta diversa».
E dove canta?
«In un grande albergo a Villasimius in Sardegna. Mi hanno chiamato per qualche concerto e poi sono piaciuto così tanto che mi hanno confermato altre esibizioni».
È esattamente ciò che facevano i crooner americani negli anni Sessanta: le serate negli alberghi di lusso.
«E ho imparato moltissimo, così tanto che mi piacerebbe ripetere l’esperienza nei prossimi mesi. Devo dire la verità: all’inizio pensavo di non farlo. Ma adesso mi sono convinto del contrario».
Perché?
«Mi ritrovo davanti un pubblico esperto, cosmopolita, capace di ascoltare con attenzione. E la mia è una musica che definitivamente va cantata dal vivo».
A Ti lascio una canzone su Raiuno ha stupito tutti.
«Mi ha dato visibilità e mi è piaciuto molto. Ma ho un legame maggiore con altri concorsi, come SanremoLab, perché lì forse si cresce di più».
Santoianni, è così giovane che non ha neanche l’età della patente.
«Dice che, visto da fuori, sembro una pecora nera?».
Per carità. Però alla sua età è raro avere Sinatra o Nat King Cole come idoli.
«E, se proprio devo dirla tutta, ho rinunciato a comprare un motorino per prendere un pianoforte».
A coda?
«Ma va, a casa mia neanche ci starebbe. Ho preso un digitale che potevo permettermi».
E a scuola come va?
«Liceo scientifico. Ho la media del sette e mezzo: mi piace l’italiano ma faccio fatica con il latino».
E mamma e papà? Di solito un giovane musicista in famiglia non se la passa bene.
«Invece i miei sono avanti. Mi dicono: è il tuo destino, sei nato per questo, hai la voce giusta».
E com’è?
«Non è tenorile, ma ho note molto basse e la mia estensione è proprio quella dei crooner».
Come Michael Bublé?
«Il paragone non mi piace. Lui ha una voce più lineare, la mia è talvolta più sporca. Insomma siamo assai diversi».
Lui forse non penserebbe di cantare Billie Jean in versione swing.
«Michael Jackson mi è sempre piaciuto molto e ho sofferto davvero per la sua morte. In realtà avrei potuto cantare brani standard, magari qualcuno che Bublé non ha mai cantato. Ma con il mio produttore Giuliano Boursier (uno dei più bravi in circolazione - ndr) abbiamo scelto canzoni imprevedibili anche se molto famose come In assenza di te della Pausini. La gente conosce quelle canzoni ma non conosce me e così io mi presento cantandole».
Alla sera in un albergo.
«Faccio tanti altri concerti in posti piccoli con un pubblico molto critico. Sto facendo ciò che non si vede più fare: la gavetta, che è davvero la palestra per uno che da grande vuole fare il crooner».