Io ogni 4 anni butto il televisore

Puntuale, ogni quattro anni, il villaggio globale si traveste da villaggio olimpico globale. Tutti lì a interessarsi di tiro al piattello e di lotta greco-romana, di nuoto sincronizzato e di hockey su prato, tutti a sentirsi finalmente Italiani, come ai Mondiali (e, in subordine, agli Europei) di calcio. Ma a patto che ci sia un vago sentore di medaglia, altrimenti, le discussioni virano sul nuovo terzo portiere del Catania o sulle recenti vacanze a Miami di una bis-riserva del Milan. I Giochi sono fatti ben prima di cominciare, perché sono sempre la stessa minestra riscaldata. D’accordo, questa volta c’è la «questione cinese» a tener banco, con l’obbligatorio corollario della «questione tibetana». Ma, in fondo, chi se ne frega? È tutto colore, contorno, introduzione. Le Olimpiadi servono a dare una mano di azzurro al fantasma della Patria, a somministrare un beverone di sali minerali al depresso Orgoglio Nazionale. Ecco i «quattro anni di sacrifici» degli atleti. Ecco «il trionfo delle discipline minori» celebrato da giornalisti-esperti appena tolti dalla naftalina. Ecco «la faccia pulita dello Sport» che tutti giurano di vedere negli occhi, ridenti e fuggitivi, di una graziosa ginnasta. Roba già vista, già sentita. E la cerimonia inaugurale? Quella festa patronale in mondovisione piena di stucchevoli bandierine, ballerine, trovatine, risatine? Dall’Afghanistan allo Zimbabwe, son tutti belli, buoni e simpatici, come in una pubblicità del Mulino Bianco. Poi, via con le lacrime. Di chi ha vinto perché ha vinto, di chi ha perso perché ha perso, di chi ha partecipato perché ha partecipato. Date retta: non partecipate nemmeno da spettatori. Non ve ne pentirete.